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Senza acqua e senza terra non c’è vita: ingiustizie climatiche nel conflitto israelo-palestinese

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Ogni lotta per la giustizia climatica, in modo più o meno esplicito, ha una connotazione politica. Non fa eccezione l’attuale crisi climatica e ambientale che si intreccia con il conflitto israelo-palestinese, dove disparità di accesso ai beni essenziali, espropriazioni, occupazioni illegali e furto/inquinamento sistematico di risorse naturali sono prassi ormai consolidate, che hanno cancellato un territorio, un popolo e la sua capacità di autodeterminazione, e le sue stesse radici e tradizioni culturali.

Guerre militari e guerre climatiche

Nel maggio 2021, negli undici giorni di guerra tra Israele e Gaza, dove il lancio continuo di razzi di Hamas e della Jihad islamica verso Israele si alternava ai massicci raid aerei israeliani contro Gaza, si è consumata una vera strage umana, che purtroppo non è terminata con il cessate il fuoco raggiunto il 21 maggio.

Quell’ennesimo conflitto, scaturito dalle proteste e dalle rivolte dei palestinesi a Gerusalemme —iniziate lo scorso 6 maggio contro una decisione della Corte Suprema di Israele in merito allo sgombero forzato di alcuni residenti palestinesi di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, dimostra che la contesa territoriale è un punto chiave del problema. La proprietà della terra conta eccome, e chi la possiede è — o meglio, si sente — legittimato ad occuparla.

Seguirono i violenti scontri del 7 maggio tra polizia israeliana e i fedeli musulmani che, a fine Ramadan, protestavano nel complesso della moschea di Al-Aqsa e quelli legati alla concomitanza della Giornata di Gerusalemme (celebrata dai movimenti ultra-nazionalisti ebraici e da esponenti del sionismo ebraico di destra per ricordare la “riconquista” israeliana di Gerusalemme Est dopo la Guerra dei Sei giorni, nel 1967) con la Notte del Destino (Laylat al-Qadr) islamica. Insomma, quel territorio martoriato è ancora oggi il simbolo di una furia umana infinitamente distruttrice, capace di inghiottire adulti e bambini, luoghi e memorie storiche.

Si tratta di una distruzione che anche l’ambiente naturale è quotidianamente costretto a subire. E il caso della Striscia di Gaza è esemplare: è un posto invivibile e precario, una prigione a cielo aperto in cui il degrado ambientale e la crisi climatica la fanno da padrone. Tutto ciò sta sfiancando i suoi disgraziati abitanti, in stato d’assedio dal 2007 a seguito dell’embargo israeliano su Gaza.

Gaza: un non-luogo?

Gaza è situata sulla linea di demarcazione tra il clima mediterraneo a nord e quello desertico a sud; i primi abitanti insediatisi nell’attuale Striscia di Gaza la consideravano come un’oasi sul mare. Il suo nucleo originario è sorto per sfruttare la falda acquifera costiera e il Wadi Gaza (zona umida costiera) in cui scorrevano diversi corsi d’acqua provenienti dal deserto del Negev. Gaza, grazie ai fertili terreni, all’accesso al Mediterraneo e agli ottimi collegamenti commerciali era un polo economico di strategica importanza.

Tuttavia, nel XIX secolo, l’antico splendore di Gaza è stato eclissato dai porti di Jaffa e Haifa. Inoltre, con la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, quel territorio è stato isolato dal resto della cd. Palestina storica. Oggi, la Striscia di Gaza che vediamo nelle carte geografiche, non è solo politicamente ed economicamente devastata, ma il suo paesaggio naturale e rurale è stato sconquassato dai frequenti attacchi militari e da un degrado climatico e ambientale diffuso, che l’ha reso arido e improduttivo.

Sete di acqua e di giustizia

A Gaza, nel 2021, non c’è acqua potabile. Il 97% dell’acqua di Gaza non si può bere perché risulta contaminata. Una risorsa vitale ed essenziale è diventata ormai scarsa a Gaza a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici globali e delle pesanti restrizioni imposte dalle autorità israeliane all’ingresso nella Striscia di materiali e carburanti indispensabili per il funzionamento degli impianti di trattamento delle acque reflue. Di conseguenza, le acque reflue hanno contaminato la falda acquifera e i liquami raggiungono indisturbati le acque marino-costiere, con danni incalcolabili per la vita e la salute dell’ecosistema marino.

Il 26% delle malattie riscontrate tra gli abitanti di Gaza è legata all’inquinamento idrico, che rappresenta una delle cause principali di morte infantile.

I due milioni di palestinesi di Gaza non hanno diritto ad accedere e a gestire liberamente le risorse del proprio territorio. Il 20% dei terreni agricoli situati nei pressi della delimitazione con il territorio israeliano non è coltivabile per espresso divieto imposto da Israele, che controlla militarmente il confine.

Crisi agricola, desertificazione e insediamenti illegali

Secondo uno studio pubblicato nell’ottobre 2015 da Friends of the Earth Palestine (FoE), durante la devastante guerra del 2014 a Gaza, Israele avrebbe sganciato ben 21.000 tonnellate di esplosivi nella Striscia, provocando un grave danneggiamento del suolo che, a sua volta, avrebbe ridotto la produttività agricola nell’area.

Anche in Cisgiordania, dove almeno 640.000 israeliani risiedono in insediamenti ritenuti abusivi e illegali, non mancano episodi di estrazione e consumo incontrollato di risorse, di impoverimento dei terreni e di inquinamento idrico da parte israeliana. Dal 1967 sono stati espiantati 800.000 alberi di ulivo (alcuni dei quali erano ulivi secolari), un patrimonio ambientale e culturale irrecuperabile. Una tragedia che riguarda quasi esclusivamente i palestinesi.

Gli agricoltori della Valle del Giordano, un’area agricola che comprende il 30% della Cisgiordania, sono in crisi per la perdita di numerosi terreni espropriati dai coloni israeliani e per la penuria d’acqua associata non solo alla siccità (ovviamente aggravata dagli squilibri climatici), ma anche allo sfruttamento eccessivo di acqua (ad es., acqua potabile, acqua per irrigare prati e terreni, acqua per le piscine delle abitazioni) nelle colonie israeliane. Ad esempio, nel villaggio di al-Auja, dove ci sono quattro insediamenti israeliani, Mekorot, la compagnia idrica nazionale di Israele, avrebbe scavato pozzi sotterranei prosciugando la falda acquifera.

Semi di speranza

Ciò detto, cosa possiamo fare oggi per la Palestina? Spargere semi di speranza.

Vivien Sansour, artista e conservazionista palestinese, sta reagendo a queste continue ingiustizie con un’iniziativa unica nel suo genere. Ha concepito e promosso The Palestine Heirloom Seed library, un progetto per salvaguardare e diffondere l’eredità agricola e culturale palestinese attraverso la memoria storica, la conservazione dei semi locali e l’arte. A Beit Sahour, una città palestinese ad est di Betlemme, ha infatti creato l’El Beir Arts and Seeds center.

Piccoli segni concreti di un cambiamento dal basso, che è ancora possibile nonostante le enormi difficoltà.

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Fonti: Al-Jazeera1/Al-Jazeera2/Reliefweb

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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