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L’assurdo destino degli indigeni thailandesi costretti a lasciare la loro foresta dopo che è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità UNESCO

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Gli indigeni del parco nazionale di Kaeng Krachan, in Tailandia, temono ulteriori sfratti e impatti sul loro stile di vita dopo che l’area è stata inserita nell’elenco Unesco. Le liste del Patrimonio dell’Umanità sono una benedizione o una condanna?

Sembra paradossale eppure è così: un elenco del patrimonio mondiale dell’Unesco ha un grande prestigio, ma può anche farla pagare cara e amara ai residenti locali e aggravare le disuguaglianze. È il caso della comunità etnica Karen, sfrattata dal proprio sito ancestrale, e che ora teme che la lista del Patrimonio Mondiale comporti rinnovate minacce.

Nel luglio scorso, un comitato dell’Unesco aveva aggiunto in elenco il complesso forestale Kaeng Krachan, dopo il Governo thailandese aveva già chiesto lo status di patrimonio da preservare per quel parco nazionale per la terza volta dal 2016.

Kaeng Krachan è il più grande parco nazionale della Thailandia, esteso su oltre 2.900 chilometri quadrati al confine con il Myanmar e rinomato per la sua variegata fauna selvatica tra cui leopardi, orsi ed elefanti. È anche sede di circa 30 comunità di etnia Karen. La foresta è stata dichiarata Parco nazionale nel 1981 e la comunità di Bang Kloi è stata sfrattata dal suo insediamento nel 1996.

Diverse famiglie sono tornate nel vecchio sito nel corso degli anni per coltivare, poiché la terra che era stata loro assegnata era rocciosa e secca. Dal 2011, guardie forestali e soldati hanno dato fuoco alle loro case e ai loro campi e li hanno costretti a tornare a Bang Kloi.

Ora, se la nomina a status di patrimonio venisse approvata, perpetuerebbe la negazione del diritto dei Karen di rimanere nelle loro terre tradizionali e svolgere le loro tradizionali attività di sostentamento, avevano affermato in una nota.

Nulla da fare: centinaia di indigeni Karen sono stati sfrattati dal parco nazionale e l’inserimento in un elenco Unesco potrebbe ora significare ulteriori violazioni dei diritti, come spiega Surapong Kongchanthuk, capo del Karen Studies and Development Centre.

Non sono contrari all’inserimento, ma le comunità non sono state rassicurate sul loro accesso alla foresta e sono preoccupati che un elenco significhi più turisti e nessun posto nella foresta per loro.

E così, le quasi 700 persone che ora vivono in semplici case di legno su palafitte nel villaggio di Bang Kloi dove sono stati costretti e reinsediarsi temono nuove minacce.

Abbiamo perso tutto. La vita è stata molto dura qui – la terra non è buona per coltivare riso e verdure, quindi dobbiamo comprare tutto, racconta Gib, che è tra i più di 80 indigeni Karen che sono stati arrestati quest’anno, 28 dei quali accusati penalmente di “invasione” delle loro terre nel parco. Non sappiamo cosa significhi la lista del Patrimonio Mondiale – nessuno ci ha detto come avrà un impatto su di noi o se aiuterà a risolvere i nostri problemi.

Secondo il gruppo di difesa di Washington D.C. Rights and Resources Initiative (RRI), sebbene le comunità indigene e locali come i Karen possiedano circa la metà della terra in base ai diritti consuetudinari, hanno solo diritti legali garantiti al 10%.

Centinaia di migliaia di persone sono state sfrattate a livello globale poiché i governi hanno dato priorità alla “conservazione”, con circa 300 milioni che si stima saranno sfollati da una spinta globale a conservare almeno il 30% della superficie terrestre entro il 2030.

Una risoluzione del governo thailandese del 2010 chiedeva di riconoscere lo stile di vita del popolo Karen e il modo tradizionale di coltivare e raccogliere cibo, ma non è stato attuato, affermano i gruppi per i diritti umani che si sono opposti alla lista del Patrimonio Mondiale.

Gli indigeni hanno vissuto nella foresta molto prima che i parchi nazionali fossero istituiti, ma diverse leggi negano loro il diritto alla terra, dice Chayan Vaddhanaphuti, direttore del Centro regionale per le scienze sociali e lo sviluppo sostenibile. Lo stato vede le foreste non solo come una risorsa naturale, ma come un modo per generare reddito dal turismo, che lo status di Patrimonio dell’Umanità migliorerà, e le popolazioni indigene sono viste come intrusi.

Gli esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno esortato il Comitato del patrimonio mondiale dell’UNESCO a rinviare l’offerta. Staremo a vedere.

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Fonte: Reuters / OHCHR

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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