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Rigopiano, 4 anni dopo ancora senza giustizia le vittime della tragica valanga di Farindola

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Una valanga di 120 mila tonnellate e poi il buio totale, la strada impercorribile e poi i soccorsi arrivati troppo tardi, un’inchiesta e poi un’inchiesta bis: sono passati 4 anni dal 18 gennaio del 2017, il giorno in cui l’Hotel Rigopiano di Farindola, in Abruzzo, fu rovinosamente travolto da un ammasso di neve. Lì dentro, a 1200 metri sul versante pescarese del Gran Sasso, si trovavano 40 persone. Solo in 11 sopravvissero e ad oggi i familiari delle vittime continuano a chiedere giustizia.

I 28 ospiti, di cui 4 bambini, e i 12 dipendenti, quel giorno erano isolati per via della neve e terrorizzati dalle quattro scosse di terremoto, di magnitudo 5.1, con epicentro nell’Aquilano. Era impossibile andare via con i propri mezzi, si saranno sentiti in una prigione.

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La strada provinciale dall’hotel al bivio Mirri, lunga più di 9 chilometri è “impercorribile per ingombro neve – si leggerà nell’inchiesta – di fatto rendendo impossibile a tutti i presenti nell’albergo di allontanarsi dallo stesso, tanto più in quanto allarmati dalle scosse di terremoto del 18 gennaio“.

Ma l’angoscia comincia già prima, quando l’amministratore dell’hotel comincia ad inviare una comunicazione alle autorità per avvisare di una “situazione preoccupante”. Seguono varie telefonate di aiuto, a cominciare da Gabriele D’Angelo, cameriere dell’Hotel Rigopiano, deceduto nel disastro, tra i primi a chiedere l’evacuazione del resort. E ci sono poi telefonate alla Prefettura, alla Croce Rossa e al Coc di Penne, tutte chiamate che sono venute alla luce solo dopo la tragedia e perché oggetto di nuove denunce nel processo Rigopiano.

Tutte richieste rimaste inascoltate. Gli ospiti aspettano tutti insieme nella hall, ma quando mancano pochi minuti alle 17, una valanga di neve e ghiaccio di 120mila tonnellate, lanciata ad una velocità compresa fra i 50 e i 100 chilometri orari, travolge tutto. Uno dei sopravvissuti Giampiero Parete, cuoco di Montesilvano, chiama i soccorsi ma non viene creduto, insiste. La Prefettura lo liquida con la frase: “la mamma degli imbecilli è sempre incinta“, solo alle 19 il 118 si metterà in moto e il 26 gennaio con il recupero degli ultimi corpi il bilancio è tragico.

29 vite spezzate.

La prima inchiesta

Sulle 29 persone morte la Procura di Pescara, che il 26 novembre scorso ha chiuso l’inchiesta su Rigopiano, ha decretato negligenza, imperizia e imprudenza a tutti i livelli istituzionali. Gli indagati sono 25 e accusati, a vario titolo, di disastro colposo, lesioni plurime colpose, omicidio plurimo colposo, falso ideologico, abuso edilizio, omissione di atti d’ufficio, abuso d’atti d’ufficio. L’inchiesta del procuratore capo Massimiliano Serpi e del sostituto Andrea Papalia chiama in causa Regione Abruzzo, Prefettura, Provincia di Pescara, Comune di Farindola.. Sono invece 18 le richieste di archiviazione.

La seconda inchiesta

La Procura ha aperto l’inchiesta bis ipotizzando i reati di frode in processo penale e depistaggio a carico di sette persone, che all’epoca dei fatti lavoravano in Prefettura. L’accusa alla base di questa seconda inchiesta è di aver occultato il brogliaccio delle segnalazioni del 18 gennaio 2017 alla squadra Mobile di Pescara per nascondere la chiamata di soccorso fatta alle 11.38 dal cameriere D’Angelo al Centro coordinamento soccorsi.

Gli eventi oggi

Come ogni anno, i familiari delle vittime si ritroveranno sul luogo del disastro per commemorare i propri cari. È prevista anche una fiaccolata e la deposizione dei fiori e una preghiera per gli “Angeli di Rigopiano”, preceduta dall’alzabandiera con il silenzio suonato dalla tromba.

Oggi, inoltre, la seconda puntata di “Ossi di Seppia” – la serie non fiction prodotta da 42° Parallelo visibile in esclusiva su Raiplay – ripercorre la vicenda attraverso i ricordi di Giampiero Parete.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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