La storia della giornata contro la violenza sulle donne, l’incubo del lockdown e quelle richieste di aiuto aumentate del 73%

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Nella Giornata contro la violenza sulle donne 2020 emerge un dato impressionante: durante il lockdown imposto dalla pandemia le chiamate al numero anti-violenza 1522 sono aumentate del 73%.

Chiuse in casa è diverso, dà quel senso di impotenza elevato al quadrato. Perché lì, tra quelle mura, le vie di fuga non esistono più. Non c’è chi ti sente, non c’è un’anima per la strada e, se mai ci fosse, si rincantuccia comodo, indifferente e timoroso. La violenza sulle donne non si è mai fermata, non ha conosciuto il blocco del lockdown, non se n’è andata in quarantena. Anzi, si è moltiplicata e nessuno se ne è accorto.

Al netto di tutte le violenze subite dalle donne nel mondo (tratte, mutilazioni genitali o stupri di guerra), l’evento disgraziato della pandemia ha provocato solo nel nostro Paese un aumento del più del 70% delle richieste di aiuto, misurato sulla base l’analisi dei dati provenienti dalle chiamate al 1522.

Perché se ne fa un gran parlare? Perché ancora non tutti sanno che le donne subiscono minacce all’interno delle loro stesse case, vengono spintonate o strattonate, sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi, insulti. Molte sono colpite con oggetti che possono fare male, molte altre sono oggetto di tentati strangolamenti, ustioni, soffocamento e anche uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà, i rapporti indesiderati vissuti come violenze, gli stupri e i tentati stupri.

Senza considerare, poi, i fenomeni dello stalking, del revenge-porn, del victim blaming e dello slut-shaming, perché – checché ne diciate – sono violenze anche quelle e la donna è la sola vittima.

(Violenza sulle donne: Gessica Notaro mostra per la prima volta le immagini della terribile aggressione)

Giornata contro la violenza sulle donne, perché si celebra oggi

Istituita il 17 dicembre del 1999 dall’Assemblea generale dell’ONU, con la risoluzione numero 54/134, la scelta della data di oggi è legata all’assassinio di tre sorelle attiviste politiche della Repubblica Dominicana.

Una storia che è cominciata nel 1960, quando erano ancora poche Las Mariposas (le farfalle), coloro che si opponevano alla dittatura di Rafael Leónidas Trujillo a sostegno dei diritti femminili. Loro erano le sorelle Mirabal: Patria, nata nel 1924, Minerva, del 1926, e María Teresa, la più piccola, nata nel 1935. Il loro brutale assassinio risvegliò la coscienza popolare, tanto che il 30 maggio del 1961 Trujillo fu a sua volta assassinato. L’ultima sorella, Bélgica Adela, morì di cause naturali nel 2014.

Oggi, quelle tre sorelle dominicane sono un’icona di opposizione alla violenza, ricordate in monumenti, scuole, strade, festival e associazioni culturali e anche effigiate in una banconota della Repubblica Dominicana. Una delle 32 province dominicane, infine, quella prima detta Salcedo, dal 2007 ha assunto il nome di Provincia Hermanas Mirabal.

(Perché si celebra oggi 25 novembre la Giornata della violenza sulle donne?)

La violenza di genere nel lockdown

Il numero 1522 anti violenza e stalking, i centri antiviolenza e le case rifugio sono sempre rimasti attivi. Ed è da lì che sono emersi i dati relativi alle violenze domestiche nel periodo del primo lockdown.

Secondo i dati ISTAT, durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più sullo stesso periodo del 2019. Le vittime che hanno chiesto aiuto sono 2.013 (+59%).

Il 45,3% delle vittime ha paura per la propria incolumità o di morire; il 72,8% non denuncia il reato subito. Nel 93,4% dei casi la violenza si consuma tra le mura domestiche, nel 64,1% si riportano anche casi di violenza assistita.

violenza donne

©Dataset 1522

©Dataset 1522

Nel 60,6% dei casi le chiamate arrivano tra le 9 e le 17; quelle durante la notte e la mattina presto, solitamente in numero minore, hanno raggiunto il 17,5% nel periodo di blocco totale.

violenza donne

©ISTAT

A chiedere aiuto sono in più del 90% dei casi le persone vittime della violenza, ma le chiamate arrivano anche da parenti, amici e conoscenti e da operatori. In ambito familiare a segnalare la violenza sono soprattutto i genitori delle vittime (22,3% nel 2020), seguiti dai figli (15,4%) e dai fratelli o le sorelle (11,3%). La violenza riportata è nel 58,4% dei casi ad opera di partner attuali, nel 15,3% di ex partner e nel 18,8% di un familiare (prevalentemente genitori o figli). Quest’ultimo dato è in aumento rispetto agli altri anni.

QUI il report completo.

Fonte: ISTAT

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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