Ruanda, 26 anni fa il genocidio di 800mila Tutsi nell’indifferenza del resto del mondo

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Una delle pagine più tristi della storia: lo sterminio di 800mila persone e la violenza su oltre 250mila donne. Oggi 7 aprile è la Giornata internazionale di riflessione sul genocidio in Ruanda. L’evento è stato istituito dall’Onu per ricordare uno dei più grandi massacri del XX secolo in cui principalmente Tutsi, ma anche Hutu vennero uccisi con armi da fuoco, ma anche machete e bastoni chiodati.Il genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso alla fine dell’Opération Turquoise, una missione umanitaria voluta e intrapresa dai francesi, sotto egida dell’ONU.

Per cento giorni, a partire appunto dal 7 aprile 1994, il Ruanda fu teatro di scontro tra due etnie presenti nel Paese: gli Hutu e i Tutsi. Colonia prima tedesca e poi belga, il Ruanda fu devastato da guerre di potere fra le due etnie a partire dagli anni Sessanta fino all’eliminazione di migliaia di Tutsi durante la “rivoluzione contadina degli Hutu”.

I Tutsi si rifugiarono in paesi vicini, tra cui l’Uganda formando il Fronte patriottico ruandese (FPR) che dalla fine degli anni Ottanta portà a una serie di attacchi nel Paese guidato dal governo hutu di Juvénal Habyarimana. La tregua arrivò con una serie di accordi di pace, ma soprattutto con la missione Onu per il Ruanda (Unamir). Ma le tensioni e i conflitti lasciarono un segno indelebile per cento giorni. La causa scatenante fu il missile lanciato il 6 aprile contro l’aereo del presidente Habyarimana, da lì l’inizio di un vero e proprio sterminio ai danni dei Tutsi. Gli Hutu oltre che sulla quantità numerica potevano contare su armi e machete arrivati dalla Cina. Secondo l’Istituto di politica  internazionale, Parigi è stata accusata di aver garantito copertura politica al regime di Habyarimana, di aver addestrato e armato l’esercito rwandese e le milizie hutu e di aver dato appoggio al Gouvernement Intérimaire Rwandais (GIR) costituito in seguito alla morte del Presidente e considerato pienamente responsabile del genocidio. L’accusa, inoltre, è di aver supportato le Forces Armées Rwandaises di fronte all’avanzata dei ribelli dell’FPR, nonché di aver offerto protezione agli autori materiali dei massacri, attraverso la costituzione di una ‘zona sicura’ al confine con lo Zaire di Mobutu.

I ritardi dell’Onu e l’indifferenza della comunità internazionale contribuirono al ritardo della fine del conflitto che terminò solamente il 4 luglio quando il FPR conquistò il potere. Nel novembre 1994 il Consiglio di sicurezza ha istituito il Tribunale penale internazionale per il Ruanda con sede ad Arusha, in Tanzania e negli anni sono state emesse 61 condanne e 14 assoluzioni per l’accusa di genocidio. Tuttavia per molto tempo questo genocidio venne ignorato a livello mondiale. L’istituzione della Giornata internazionale di riflessione sul genocidio del 1994, che prima aveva come nome Giornata internazionale di riflessione sul genocidio del 1994 contro i Tutsi in Ruanda,  vuole appunto ricordare non solo i Tutsi, ma anche buona parte degli Hutu moderati che furono vittime innocenti.

“Questo è il minimo che possiamo fare per onorare la memoria di bambini, donne e uomini brutalmente assassinati e ricordare tutte le vittime di questo tragico e oscuro capitolo”, ha dichiarato Anatolio Ndong Mba (Guinea Equatoriale) a nome del Gruppo africano.

Noa Furman (Israele) ha affermato che il ricordo è una responsabilità della comunità internazionale. Le atrocità sono state commesse allo scopo di annientare sistematicamente i Tutsi. “Ricordando i crimini del passato, esprimiamo il nostro impegno per impedire che si verifichino in futuro”, ha detto.

Fonte: Nazioni Unite/ISPI

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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