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Cosa devi sapere sul genocidio armeno, oltre cento anni di silenzio (e nessuna pace per le vittime)

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Il massacro di oltre un milione di armeni da parte delle forze ottomane durante la prima guerra mondiale – e la questione se debba essere chiamato genocidio o meno – rimane ancora fortemente controverso un secolo dopo questo evento. Senza pace per le vittime

Sabato scorso, proprio in occasione della giornata internazionale in cui si commemora il genocidio armeno — iniziato il 24 aprile 1915 con l’arresto a Costantinopoli (l’attuale Istanbul) di numerosi intellettuali armeni e leader della comunità armena da parte delle autorità ottomane — il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha riconosciuto ufficialmente come genocidio la deportazione di massa, il massacro e la pulizia etnica di circa 1 milione e mezzo di armeni ad opera del governo ultranazionalista dei Giovani turchi ottomani durante la Prima Guerra Mondiale, tra il 1915 e il 1916.

armenia

L’ennesima sfida a Erdoğan

Sebbene altri 29 paesi abbiano già parlato pubblicamente di genocidio armeno, quello statunitense è un atto politico «forte» che lancia una dura provocazione all’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e preannuncia cambiamenti importanti a Washington sia a livello di politica interna che di politica estera.

Biden è il primo presidente americano a usare ufficialmente il termine “genocidio” per riferirsi allo sterminio degli armeni, una questione per lungo tempo ignorata a seguito di una sistematica campagna negazionista da parte dei turchi e del resto del mondo. In realtà, Ronald Reagan era stato l’ultimo presidente americano a parlare dell’olocausto degli armeni in un discorso ufficiale del 22 aprile 1981.

La soddisfazione del governo armeno

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha espresso gratitudine per il gesto di Biden, che egli considera uno storico passo in avanti nel campo dei diritti umani; a suo avviso, solo con l’affermazione della verità e il ripristino della giustizia storica e della sicurezza si possono finalmente onorare le vittime dello sterminio armeno e tutelare i rappresentanti della diaspora armena negli Stati Uniti e in altre parti del mondo.

Tra l’altro, l’opposizione tra Turchia e Azerbaijan, da un lato, e Armenia, dall’altro, è particolarmente pressante anche per l’annosa questione, di recente riaccesasi, della guerra nel Nagorno-Karabakh

Nuove tensioni USA-Turchia

Senza dubbio oggi siamo di fronte ad una storica dichiarazione per la Casa Bianca, i cui risvolti politici incidono in maniera drastica sulla tenuta dei già fragili rapporti tra Stati Uniti e Turchia.

Le relazioni tra i due paesi si sono da tempo incrinate non solo nell’ambito della Nato (a causa dell’ambigua sinergia militare del governo turco con Putin e dell’attivismo turco nello scacchiere mediorientale), ma anche e soprattutto sul fronte del conflitto siriano, dove i combattenti curdi siriani godono del sostegno militare statunitense, scatenando l’ira del governo turco, che invece ritiene il PKK e altri gruppi curdi come acerrimi nemici da mettere al bando.

Inoltre, Fethullah Gülen, in esilio volontario negli Stati Uniti, è accusato da Ankara (che ne ha richiesto l’estradizione in Turchia) di aver orchestrato il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. 

La reazione della Turchia alla dichiarazione di Biden è di sdegno, risentimento e rifiuto. Pur nell’iniziale silenzio di Erdoğan, il Ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha immediatamente replicato su Twitter che la Turchia non ha nulla da imparare da altri per quanto riguarda le vicende della propria storia e che la demagogica dichiarazione di Biden risponde essenzialmente ad una strategia populista, priva di legittimità e di veridicità: 

Lo stesso Çavuşoğlu, la sera del 24 aprile ha convocato l’ambasciatore degli USA ad Ankara, David Satterfield, per esprimere la netta condanna di Ankara di fronte alle inescusabili posizioni dell’amministrazione USA. 

Ideologia panturchista e massacro degli armeni

Il genocidio armeno, chiamato dagli armeni Metz Yeghern (“il grande crimine”), è il primo sterminio di massa del XX secolo e può essere considerato come il drammatico esito della volontà politica degli ottomani di turchizzare l’area anatolica.

Sin dalla fine del XIX secolo, i circa due milioni di armeni che risiedevano nell’Impero Ottomano avevano mostrato chiare aspirazioni nazionaliste, con conseguenti fenomeni di repressione da parte degli “ottomani irregolari” (perlopiù curdi) sin dal 1894-1896. In tale contesto va inserita l’uccisione di migliaia di persone a Costantinopoli nell’agosto 1896, dopo l’occupazione della Banca ottomana da parte di alcuni militanti della Federazione rivoluzionaria armena (26 agosto).

Durante la Prima Guerra Mondiale, mentre gli ottomani combattevano contro le forze russe nell’Anatolia orientale (oggi Turchia orientale), gli armeni si organizzarono in numerosi gruppi partigiani per assistere gli eserciti russi invasori. Tale sostegno ha portato ad arresti e uccisioni di numerosi intellettuali armeni da parte dell’Impero ottomano nella simbolica data del 24 aprile 1915.

Nel maggio dello stesso anno, i comandanti ottomani avviarono la deportazione di massa degli armeni dall’Anatolia orientale verso la Siria e la Mesopotamia. L’Armenia ritiene che circa un milione e mezzo di persone trovarono la morte negli indicibili massacri ovvero per fame e sfinimento nel deserto.

La Repubblica di Turchia, proclamata nel 1923 dalle ceneri dell’Impero ottomano, ha sempre negato l’effettivo compimento di una campagna sistematica di sterminio che avrebbe giustificato violenze di ogni genere (stupri, deportazioni di massa, efferati omicidi, ecc.).

Ancora oggi le autorità turche negano che sia stato pianificato un vero e proprio genocidio volto ad annientare gli armeni per motivazioni di natura etnica e religiosa (gli armeni erano una minoranza cristiana in un territorio a maggioranza musulmana). Ankara riconosce tuttavia che, nella triste congiuntura storica della “grande guerra”, migliaia di turchi e armeni persero la vita in una tragedia comune, sfociata in una guerra civile di origine interetnica, aggravata dalla carestia. 

Il nostro consiglio di lettura

La masseria delle allodole è un romanzo di Antonia Arslan, pubblicato da Rizzoli nel 2004, che tratta in larga parte del genocidio armeno.

Fonti: Al-Jazeera English/Reuters/Michighan News

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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