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Nel 2020 oltre 331 attivisti sono stati uccisi per aver difeso indigeni, contadini e ambientein evi

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Non c’é scampo per i difensori dei diritti umani e ambientali impegnati in ogni parte del mondo: vengono assassinati, incarcerati, minacciati. Controllati dai governi dei paesi in cui operano, si trovano a combattere in prima linea, nonostante l’attuale pandemia di coronavirus, a tutela degli indigeni, dei contadini espropriati, dei rifugiati e dei migranti, insomma, dei più vulnerabili. La morte cammina al loro fianco tutto il tempo.

Oggi, i difensori dei diritti umani mettono a rischio la propria vita per perseguire i propri ideali e difendere le vittime della crisi ecologica globale, dell’insicurezza alimentare, della violenza e della povertà. Secondo l’organizzazione Front Line Defenders, l’impunità regna ancora sovrana quando si tratta degli omicidi di difensori dei diritti umani in tutto il mondo, come osservato nella sua Global Analysis 2020.

Nel documento sono stati presi in esame 331 omicidi di leader che combattono per la difesa delle terre comuni, per la conservazione ambientale e per la protezione delle comunità indigene, delle donne e delle comunità LGBTIQ. Di questi, 177 casi (ovvero il 53%) si sono verificati in Colombia. Su un totale di 331 difensori dei diritti umani, 287 sono uomini e 44 donne; di queste, 6 trans sono state uccise in America Latina. Nell’85% dei casi, gli omicidi sono stati condotti con un’arma da fuoco. Questi numeri, purtroppo, sono destinati a salire nell’anno in corso.

L’effetto-COVID ha mietuto vittime tra gli attivisti

Il 69% di questi attivisti si occupava di diritti fondiari (esproprio di terre ad opera di multinazionali e di altri investitori e/o operatori economici), diritti dei popoli indigeni e diritti ambientali; il 26% lavorava soprattutto nel campo dei diritti delle comunità indigene; e il 28% era impegnato nell’ambito dei diritti delle donne. Gli omicidi sono di frequente preceduti da minacce personali e da aggressive campagne diffamatorie online e offline, volte a screditare il lavoro dei difensori dei diritti umani.

Nel marzo 2020, a seguito dell’annuncio dell’Oms sull’esordio della pandemia di COVID-19, un numero crescente di difensori dei diritti umani ha perso la vita a causa del virus oppure per le ancor più difficili condizioni di lavoro dovute alle conseguenti misure restrittive o nel disperato tentativo di sostenere le comunità più deboli e vulnerabili quali migranti, rifugiati e lavoratori del sesso. Il tutto aggravato dalla pressione dei governi nazionali, interessati ad un controllo stringente del flusso di informazioni.

Molte delle persone uccise hanno lavorato su questioni di sicurezza alimentare e diritto di accesso alle cure mediche per le popolazioni locali. Dal punto di vista dei difensori dei diritti umani impegnati in prima linea, la crisi sanitaria ha aumentato la percezione del rischio. A rischio sono soprattutto le attiviste donne, i leader della comunità LGBTIQ e altre categorie fragili, quali  rifugiati, migranti e lavoratrici del sesso.

Gli autori dell’analisi sottolineano che l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, istituita nel 2012 con sede a Bonn, in Germania), in un rapporto pubblicato nel 2019, aveva annunciato che la perdita di biodiversità avrebbe aumentato l’insicurezza alimentare mondiale, mettendo in pericolo le comunità indigene, che tradizionalmente ricoprono un ruolo fondamentale nella conservazione degli ecosistemi locali. Come osservato da Front Line Defenders, gli omicidi di difensori dei diritti dei popoli indigeni registrati dal 2017 a livello mondiale sono 327.

Violazioni dei diritti umani: l’allarme America Latina

Oltre agli omicidi, Front Line Defenders ha identificato e presentato le tipologie più comuni di violazioni dei diritti umani, che nel caso dell’America Latina includono attacchi fisici (27%), detenzioni e arresti (19%), molestie (13%), azioni legali contro i leader (13%) e campagne diffamatorie (7%).

Come già accennato, il rapporto rileva inoltre che molti difensori arrestati sono stati esposti a maggiori rischi di contrarre il COVID-19. Anche se numerosi Stati hanno consentito il rilascio di prigionieri a causa della pandemia, secondo il suddetto rapporto, i difensori non figuravano tuttavia tra i rilasciati sebbene dovessero scontare condanne per “crimini non violenti”.

In Colombia, il numero di attacchi contro i difensori dei diritti umani è in crescita. Infatti, durante una pandemia non è possibile registrare tutti gli episodi di violenza; in questo periodo le organizzazioni incaricate di registrare questo tipo di violazioni dei diritti umani stanno esercitando un minore potere di monitoraggio nei territori a rischio, spesso in balìa di gruppi armati e organizzazioni criminali che si sostituiscono allo Stato, occupando “zone grigie” di illegalità.

Altri governi, tra cui Perù, Honduras, Messico e Panama, hanno dato il via libera a progetti di sviluppo, di deforestazione e di estrazione mineraria nonostante nell’attuale fase di emergenza sanitaria globale siano state imposte maggiori restrizioni logistico-organizzative ed economiche.

Gli attacchi sul web

Ad aggravare il quadro si aggiunge il fatto che i difensori dei diritti umani non solo devono proteggersi da attacchi fisici e da efferati omicidi, ma anche dagli attacchi digitali.

Nel 2020, un team di coordinatori della protezione di Front Line Defenders ha ricevuto 304 richieste di supporto per i seguenti motivi: il 26% dei richiedenti ha ricevuto minacce tramite social media come Facebook, Twitter e Instagram; il 16% si è visto violare o compromettere i propri account sui social media; l’11% ha riferito di essere stato sottoposto a sorveglianza telefonica; un altro 11% ha subìto pedinamenti; e il 9% ha denunciato la confisca o la sottrazione di dispositivi elettronici personali contenenti informazioni “sensibili”.

Oltre quarto delle persone maggiormente colpite da questo tipo di attacchi è costituito dai difensori dei diritti umani (17%), a cui seguono i difensori dei diritti della terra, dell’ambiente e delle popolazioni indigene (16%). Sempre Front Line Defenders afferma di aver ricevuto dozzine di segnalazioni relative a presunte infiltrazioni di aggressori nel corso di incontri e riunioni online, violandone la sicurezza. I bersagli preferiti di questi hacker sono i membri dei gruppi LGBTIQ, le femministe e i sostenitori di colore delle organizzazioni per i diritti umani.

Fonti: Front Line Defenders/IPBES

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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