Così il colpo di stato sta distruggendo anche le foreste del Myanmar, svendute dai militari alle lobby

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Sembra ormai segnato il destino delle foreste birmane, da poco tornate sotto il controllo della giunta militare che governa il paese dopo il colpo di stato. Gli ambientalisti temono che le foreste, già in pericolo, siano completamente distrutte sotto la pressione di insostenibili progetti industriali, in primis il commercio del legname e la coltivazione di piantagioni di olio di palma. 

Dopo il colpo di stato militare in Myanmar, che lo scorso 1° febbraio ha rovesciato il governo democraticamente eletto di Aung San Suu Ky consegnando la guida del paese al capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, e dichiarando lo stato d’emergenza per un anno, i birmani hanno iniziato a protestare contro la forzata riappropriazione del potere da parte dei generali. In un processo a catena, la crisi politica in atto nel paese sta generando un cortocircuito a livello sociale, economico e ambientale.

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In particolare, i gruppi ambientalisti birmani temono che il potenziale aumento dei boicottaggi commerciali da parte di governi e imprese straniere (occidentali) possa esporre il paese a maggiori rischi di deforestazione, poiché la giunta militare potrebbe rivolgersi a nuovi investitori non rispettosi degli standard ambientali.

A seguito del colpo di stato — che ha bruscamente interrotto un decennale processo di transizione democratica durante la quale le aziende estere avevano fatto ingresso nel mercato birmano dopo la revoca delle precedenti sanzioni — Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada hanno imposto nuove sanzioni economiche contro i militari artefici del colpo di stato e l’Unione europea minaccia di fare altrettanto, nella speranza di una progressiva de-escalation dell’attuale crisi in cui versa il paese del sudest asiatico.

Chi sono i nuovi investitori

Il vuoto creato dalle sanzioni economiche sarà presto colmato da grandi imprese di paesi come la Cina, l’India, la Thailandia, il Vietnam e la Malesia, candidatisi a diventare nuovi acquirenti o potenziali investitori in materie prime come olio di palma e legname. Scarsamente interessati all’impatto socio-economico e alle conseguenze ambientali del proprio business, questi nuovi investitori potrebbero distruggere le foreste birmane in nome del profitto. Senza l’attivazione di meccanismi di monitoraggio, governance e gestione delle foreste, quest’ultime rischiano di essere spazzate via.

Circa il 70% della popolazione del Myanmar vive in aree rurali. Per provvedere ai propri bisogni e servizi essenziali, la maggioranza della popolazione dipende dai 29 milioni di ettari di foreste, la maggior parte delle quali si trovano nei pressi dei confini statali, e in particolare al confine con la Thailandia e la Cina.

Le foreste che scompaiono

Vietnam, India e Cina sono diventati clienti chiave per lo sfruttamento delle materie prime del Myanmar, mentre Malaysia e Thailandia stanno cercando di investire nelle piantagioni di olio di palma, che sostituirebbero le foreste naturali e minaccerebbero anche le comunità indigene che proteggono e vivono in funzione di quei luoghi.

Le foreste rappresentano una delle risorse naturali più preziose, ma la deforestazione di massa le minaccia da tempo. Prima che iniziasse la difficile transizione del paese verso la democrazia nel 2011, la deforestazione aveva contribuito a finanziare l’ex regime militare, al potere per ben 49 anni.

A Myanmar, dove il tasso di deforestazione è tra i più alti del mondo, una serie di processi non sostenibili, quali l’espansione agricola, le infrastrutture e i progetti energetici, l’estrazione mineraria e il disboscamento hanno determinato tale scempio ai danni dei poveri cittadini e agricoltori birmani.

Basti pensare che nel 2020 Myanmar ha firmato dozzine di accordi con la Cina per accelerare la realizzazione di progetti infrastrutturali, pensati nel quadro dell’iniziativa Belt and Road, la nuova “via della Seta” di Pechino per rilanciare il commercio globale.

Tra gli altri fattori che hanno accelerato la deforestazione nel Myanmar è opportuno citare la scarsa applicazione delle leggi e delle normative in materia, l’accesso a diritti fondiari limitati, la debolezza strutturale del governo e delle istituzioni statali, l’endemica corruzione, la presenza della criminalità organizzata, la moltiplicazione dei conflitti etnici.

In realtà, negli anni 2000 qualche segnale di miglioramento era arrivato, ma con scarsi risultati. Nel 2016, il paese ha introdotto un divieto alle lucrative operazioni di disboscamento per rallentare la deforestazione, ma il disboscamento illegale ha continuato a prosperare in numerose aree di confine. Dal 2010, infatti, mezzo milione di ettari di foreste — una superficie totale quasi corrispondente a quella dello stato del Brunei — è andato perduto ogni anno. Il Myanmar, tra l’altro, ha anche aderito al programma UN REDD +, il Programma delle Nazioni Unite sulla riduzione delle emissioni dovute alla deforestazione e al degrado forestale, che sostiene con finanziamenti i paesi del mondo che raggiungono i migliori risultati nella conservazione delle foreste.

I nuovi affari della casta militare

Gli ambientalisti birmani hanno sottolineato che imporre un divieto del commercio internazionale di legname in Myanmar potrebbe far sprofondare l’industria del legname nella clandestinità, con conseguenze ancora peggiori, e che le sanzioni internazionali rischiano di colpire la popolazione birmana. Gli attivisti hanno inoltre esortato i militari a consentire ai gruppi della società civile di continuare a monitorare e a difendere sia le foreste che le comunità indigene locali.

Faith Doherty, responsabile del team forestale presso l’ONG Environmental Investigation Agency di Londra, sostiene che l’esercito potrebbe tentare di rimettere in commercio e vendere grandi scorte di legno di teak che in precedenza erano sotto sequestro perché ottenute illegalmente da opere di disboscamento.

Doherty invita i paesi che acquistano legname dal Myanmar a inasprire la propria normativa sulle importazioni e a non acquistare il legname fino a quando i militari avranno ancora il pieno controllo delle risorse naturali del paese.

Fonti: Reuters/Eco-business

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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