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Si chiama femminicidio e tutti ce ne stiamo sporcando le mani. Siamo stanche di contare le vittime, oltre 50 da inizio anno

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Le ammaliano, sono loro, le uccidono. È questo lo schema perverso che si sta vestendo di abitudine, di normalità. Ma, allerta gente, qui non c’è nulla di normale. C’è solo femminicidio, donne morte ammazzate per mano di chi non accettava il loro anelito di essere persona. Una persona che può scegliere.

Sbandieriamola, questa parola, che sa di sangue, di coltelli, di pestaggi reiterati nei mesi, negli anni. Mariti, compagni, ex, che violentano, sporcano, imbrattano una vita che credono appartenga a loro.

Si chiama femminicidio e tutti ce ne stiamo sporcando le mani.

Perché se ogni santo giorno si apre così, mentre – ancora dormendo – accendiamo la tv e c’è la notizia di una morta ammazzata, le mani sporche sono anche le nostre. Abbiamo voltato le spalle, non ascoltato una richiesta di aiuto, dato poco peso alle parole.

Giustificato assassini, giudicato minigonne. Parlato a vanvera di raptus. Parlato a vanvera.

Le lasciamo sole, le donne vittime di violenza. Vanessa, Giuseppina e le altre avevano già denunciato i loro carnefici, ma quanta fatica avranno fatto a vedersi riconosciuto il pericolo che stavano correndo? Quanta fatica vivere ogni giorno sapendo che si è sole, in quelle quattro mura? Quanta fatica sapere che sì la denuncia c’è, magari anche ordini e restrizioni geografiche, ma che quell’uomo se lo potevano ritrovare alla gola da un momento all’altro. Perché gli uomini che non riescono ad accettare la “perdita di controllo” su una donna non sanno nemmeno riconoscerle quelle limitazioni. Vedono la vendetta di fronte a loro, le aspettano sul pianerottolo di casa, le stanano.

Lucidamente.

Dal primo gennaio al 5 settembre (dati che abbiamo disponibili nel momento in cui scriviamo), dei 186 omicidi avvenuti in Italia, in 76 casi (uno ogni tre giorni) le vittime sono state donne: quasi tutte (66 su 76) sono state uccise in ambito familiare o affettivo, incluse le 47 che hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex, come si legge nell’ultimo report del Servizio analisi criminale, presso la Direzione centrale della Polizia criminale. Se si sommano le altre vittime di questa settimana, si supera le 50 donne vittime di femminicidio.

Sì, si chiama femminicidio ed è il prodotto marcio di qualcosa che non è andato come doveva andare, di un clima culturale diffuso, di una politica capace solo di arrovellarsi sui Green pass e che di volta in volta trova una scusa per non accendere seriamente i riflettori.

Si chiama femminicidio e si combatte da molto prima che una moglie, una fidanzata, una ragazza qualunque diventi cadavere: si combatte con l’educazione contro gli stereotipi di genere, con progetti anche nelle scuole e leggi adeguate.

Si chiama femminicidio e siamo stanche.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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