Addio Fabian Tomasi, l’uomo che ha lottato fino alla fine contro Monsanto e il glifosato

Fabian Tomasi

Muore in Argentina Fabian Tomasi, l’uomo simbolo della lotta contro il glifosato. A lui si deve una lunga battaglia contro la Monsanto

“Perché dovremmo abbandonare la lotta sapendo che la verità è dalla nostra parte?” Al suono di queste parole muore in Argentina all’età di 53 anni Fabian Tomasi, divenuto l’emblema della lotta contro il glifosato. Una polineuropatia la causa del decesso, provocato molto probabilmente da quel lavoro nell’agrochimica svolto per così tanti anni.

Il suo corpo era diventato una autentica arma volta a mettere in guardia sul pericolo correlato all’uso di erbicidi, cassa toracica sporgente e due braccia magre come chiodi, schiena piegata in due, guance emaciate camuffate da una fitta barba. E nel mezzo, una bocca nera, spalancata, che sembrava lottare anche per prendere una boccata di aria.

All’età di 23 anni, Fabian, nativo di Basavilbaso, iniziò a lavorare per una fattoria nella regione di Entre Rios (Centro-Est) con il ruolo di riempire i serbatoi degli aerei utilizzati per lo spargimento con erbicidi per coprire i vasti campi di soia della provincia, che hanno progressivamente soppiantato l’allevamento tradizionale di bestiame. In questi grandi serbatoi, c’erano cose che ancora non conoscva: glifosato, Tordon, propanil, endosulfan, cipermetrina, 2-4D, metamidofos, clorpirifos, adiuvanti, fungicidi, Gramoxone…

Diabetico cronico, Fabian Tomasi iniziò rapidamente a provare dolore alle dita. Nessuna protezione era data dall’azienda, ma un medico gli diagnosticò la neuropatia e lo mise sotto analgesico. Ma ben presto si rivelò una spirale senza fine: perdita di elasticità della pelle, diminuzione della capacità polmonare, grave perdita di peso, infezioni ai gomiti e alle ginocchia e poi la diagnosi di una polineuropatia tossica, una sindrome neurologica che comprende una serie di malattie infiammatorie e degenerative che colpiscono il sistema nervoso periferico.

In questo momento, il mio corpo è consumato, pieno di croste, quasi senza mobilità e la sera ho problemi a dormire a causa della paura di non svegliarmi”, scrive in una lettera aperta al sito militante La Poderosa.

Non è il solo a soffrire: nel 2014 suo fratello Roberto muore di cancro al fegato, dopo settimane di agonia e nella campagna tutt’attorno il numero di tumori è quasi tre volte superiore a quello delle città.

È allora che Fabian decide di cominciare a parlare e inizia una lotta per riconoscere il legame tra la sua malattia e il suo lavoro. “Non ci sarà più nessuno. Tutta la terra che abbiamo non sarà abbastanza per seppellire tutti i morti”.

Ben presto, il paese viene a conoscenza di questo contadino che si mette di fronte ai fotografi della stampa internazionale, in mezzo ai campi o nella piccola cucina piastrellata dove viveva con sua madre, sua moglie e sua figlia e spiattellava la verità: “Non siamo ambientalisti, siamo colpiti da un sistema di produzione che si preoccupa di più di riempire le tasche di alcuni che della salute delle persone”. È particolarmente contro il glifosato che Fabian Tomasi va in guerra, perché usato al ritmo di 300mila tonnellate all’anno solo in Argentina. Alcuni mesi prima di morire, l’ex operaio agricolo aveva testimoniato ad Agence France-Presse che la molecola di Monsanto era “una trappola che ci è stata consegnata da persone molto potenti”.

Venerdì l’assassinio si è compiuto. Fabian si è ammalato 10 anni fa. Ha resistito tanto prima di morire per poter denunciare la politica agricola criminale che lo ha devastato”, ha dichiarato all’AFP Medardo Avila, membro della Rete dei Medici delle Città Intossicate, che affiancò Fabian nella sua lotta.

Non esiste una malattia priva di veleni e non c’è veleno senza questa connivenza criminale tra le multinazionali, l’industria della salute, i governi e la magistratura. Oggi più che mai, dobbiamo fermarli e per questo dobbiamo combattere, anche nei peggiori scenari, perché il nostro nemico è diventato troppo forte”.

Nonostante la sua lotta, Fabian Tomasi non avrà diritto a un processo. Né riuscirà a garantire che l’Argentina adotti una legislazione nazionale per regolamentare l’uso dei pesticidi.

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