Egitto, inasprita la legge contro le mutilazioni genitali femminili

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Il governo egiziano ha rafforzato la legge contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), che ora prevede per chi commette tale reato una pena detentiva fino ad un massimo di 20 anni di carcere. La mutilazione genitale femminile, che consiste nella parziale o totale rimozione dei genitali esterni, può portare a gravi e permanenti conseguenze psicologiche fisiche per una donna, tra cui infezioni croniche, infertilità e complicazioni nel parto.

L’ampia diffusione della pratica in Egitto

Secondo quanto rilevato in un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel 2016, quasi il 90% delle donne e delle ragazze egiziane di età compresa tra i 15 e 49 anni avrebbe subìto tale mutilazione. La tradizionale pratica rituale preislamica è ancora accettata da una parte della popolazione di fede musulmana e cristiana, sebbene dal 2008 sia stata dichiarata illegale nel paese nordafricano. In realtà, è la Somalia il paese in cui è più alta l’incidenza delle mutilazioni genitali femminili (il 98% delle donne del paese ha infatti subìto MGF), mentre l’Egitto ha il più alto numero totale al mondo di donne sottoposte a mutilazione genitale.

I nuovi emendamenti egiziani

Le recenti modifiche alla legge, approvate dal governo egiziano lo scorso 20 gennaio ma ora al vaglio del parlamento e del presidente Al-Sisi, includono l’innalzamento della pena edittale massima prevista dal codice penale, che dai precedenti 7 anni passerebbe a 20 anni di carcere. Inoltre, i medici e il personale medico ritenuti colpevoli di aver praticato le mutilazioni genitali femminili rischiano l’interdizione dalla propria professione per una durata che può arrivare fino a 5 anni.

La corrispondente pena detentiva applicabile dal giudice può variare tra il limite minimo di 5 al massimo di 20 anni a seconda di chi ha compiuto l’intervento, ed è aggravata da eventuali danni permanenti arrecati alla vittima, con pene più severe in caso di decesso della donna. Anche chi ricorre alla mutilazione genitale è punibile.

Non è la prima volta che la legge viene emendata dall’esecutivo. Cinque anni fa era stato criminalizzato il fatto stesso di praticare la MGF ovvero di decidere di sottoporsi alla controversa pratica rituale.

Non solo leggi, ma anche consapevolezza

Sebbene in Egitto, per cambiare realmente lo status quo, non sia sufficiente adottare una normativa più stringente in materia, l’intervento legislativo rappresenta un primo passo per sradicare la pratica delle mutilazioni genitali nel paese, soprattutto nelle remote aree rurali dove è maggiormente tollerata. Gran parte della società egiziana, tuttavia, non la ritiene ancora un crimine da perseguire.

A seguito della legge del 2016, sono stati ben pochi i processi penali portati a termine e i gruppi egiziani in difesa dei diritti delle donne ritengono che la normativa anti-MGF non sia stata effettivamente implementata.

Appare quindi determinante risolvere il problema della scarsa implementazione della sopracitata legge. Al di là della presunta assenza di un vero e proprio stigma sociale in Egitto nei confronti della diffusa pratica, è necessario che anche l’autorità giudiziaria, le forze di polizia e le altre forze dell’ordine prendano sul serio la delicata ed annosa questione delle MGF. È opinione comune in Egitto che la donna infibulata possa beneficiare di tale condizione, in quanto segno di rispettabilità e castità.

Fonti: Reuters/UNICEF

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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