Donne di conforto: storica sentenza dà voce all’inferno delle schiave sessuali dei militari giapponesi

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Venivano usate, letteralmente, per “soddisfare” gli uomini militari. Stuprate e sfruttate come schiave sessuali dalle forze imperiali giapponesi nel corso della Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente precedenti. Erano le military comfort women, traduzione letterale in lingua inglese dell’espressione giapponese jūgun ianfu (donne di conforto militari), un bieco eufemismo ad indicare le donne costrette a prostituirsi in bordelli organizzati dalle stesse autorità militari nipponiche nei Paesi sotto la loro occupazione militare.

Nel corso degli anni, si sono succedute scuse ufficiali su scuse ufficiali, ma oggi una storica sentenza potrebbe condannare il Giappone a versare 100 milioni di won (circa 75 mila euro) come indennizzo ad almeno 12 (solo) donne di conforto, a ridosso di quelle che sono considerate le prime scuse del 14 gennaio del 1992.

Una goccia in mezzo all’oceano se si considera che, secondo diversi studi, furono tra le 70mila e le 200mila donne, per la maggior parte coreane (ma anche cinesi e filippine), che vennero forzatamente assoldate per servire come prostitute nelle cosiddette comfort station, veri e propri bordelli istituiti nel 1932 dal governo di Tokyo per “mantenere alto il morale delle forze d’invasione giapponesi”.

Le “comfort women” provenivano principalmente da Corea, Taiwan e Cina, ma anche, in misura minore, dalle Filippine, Tailandia, Vietnam, Malaysia, Indonesia, Birmania, India, Isole del Pacifico e Olanda.

Grazie al rinvenimento di alcuni documenti e alle testimonianze di alcuni ex-funzionari del governo giapponese, oggi si sa che i campi di prostituzione obbligata erano parte integrante della politica militare del paese. Il loro scopo ufficiale era quello di migliorare il morale e in questo modo il rendimento bellico delle truppe, di controllare l’attività sessuale dei soldati evitando il diffondersi di malattie veneree e di diminuire i permessi a chi si trovava al fronte.

Il maggior numero di informazioni viene ad oggi dalle testimonianze dirette delle vittime superstiti, ex-comfort women di varie nazionalità che hanno trovato il coraggio, grazie a varie associazioni, di raccontare le loro esperienze. Ne è un esempio l’associazione Washington Coalition for Comfort Women Issue, che raccolto le testimonianze di  comfort women coreane.

Come funzionavano le comfort station

Le donne venivano segregate nel campo militare, poco nutrite e costrette a vivere in condizioni igieniche pessime. Durante il giorno erano obbligate allo sfogo sessuale dei soldati semplici, mentre la notte toccava agli ufficiali. Il mercoledì era un “giorno di riposo”, ma in realtà tutto dedicato a visite mediche obbligatorie per prevenire il diffondersi di malattie veneree nella truppa.

La maggior parte delle superstiti ha testimoniato di aver subito da 5 a 20 rapporti sessuali al giorno (in alcuni casi fino a 30 violenze giornaliere), per un minimo di 5 giorni in una settimana per una media di 3-5 anni di detenzione. Calcolando il minimo di 5 stupri per 5 giorni, otteniamo di 1.800 violenze subite in un anno da una sola donna, che contando i tre anni minimi di detenzione, diventano 5400 in totale. Agghiacciante.

Le sentenze e le scuse

Si tratta, è chiaro, di reati commessi dallo Stato giapponese contro l’umanità. Eppure, il solo tribunale tra i circa 50 che vennero istituiti tra il 1945 e il 1951 in Asia, ad emettere sentenza di condanna nei confronti di militari giapponesi per prostituzione forzata fu il tribunale di Batavia (oggi Jakarta), sotto l’egida olandese. Ma non basta: a Batavia furono condannati 14 ufficiali giapponesi, ma soltanto per lo sfruttamento sessuale di 35 donne olandesi.

Solo nel 1992, dopo che l’“Asahi Shinbun” pubblicò un articolo su documenti incriminanti rinvenuti dallo storico Yoshiaki Yoshimi negli archivi della biblioteca del Ministero della Difesa giapponese a Tōkyō, in cui  si indicava come il governo avesse attivamente partecipato alla pianificazione, alla costruzione e alle operazioni dei campi di prostituzione militari, le autorità giapponesi ammisero ufficialmente il coinvolgimento delle alte sfere militari nei campi di prostituzione (fino ad allora dicevano aver sfruttato ma non di aver promosso i campi).

Il 14 gennaio 1992 il portavoce del governo giapponese, Koichi Kato, rilasciò una scusa ufficiale in cui affermò che “Noi non possiamo negare che l’ex esercito giapponese ebbe un ruolo nel sequestro e nella detenzione di “ragazze del comfort” e vogliamo esprimere le nostre scuse e [la nostra] contrizione”.

E il 6 luglio dello stesso anno il segretario capo di gabinetto, Katō Koichi, espresse le proprie sincere scuse e il rimorso del governo giapponese in una dichiarazione alla stampa.

ragazza cinese

©Imperial War Museums

Nel 1996, un rapporto delle Nazioni Unite condanna il Giappone per aver forzato migliaia di donne coreane a prostituirsi, chiedendo le scuse ufficiali di Tokyo e una compensazione pecuniaria per le vittime.

La sentenza di oggi

Un tribunale sudcoreano ha ordinato al governo giapponese di risarcire 12 schiave del sesso del Secondo conflitto mondiale. Si tratta di una sentenza storica, perché il tribunale del distretto centrale di Seul ha stabilito che il governo giapponese dovrà pagare 100 milioni di won a ciascuna delle vittime o alle loro famiglie.

Si tratta del primo caso giudiziario riguardo alle ragazze schiave del sesso sfruttate dalle truppe di occupazione giapponese e la sentenza di oggi è la parte finale di un processo durato otto anni. Tokyo, in questi anni, ha boicottato il procedimento e sostiene che tutte le questioni di risarcimento derivanti dal suo dominio coloniale siano state risolte con il Trattato del 1965 che normalizza le relazioni diplomatiche con i Paesi i vicini.

Il governo giapponese nega di essere direttamente responsabile degli abusi di guerra, facendo leva sul fatto che le vittime sarebbero state reclutate da civili e che i bordelli militari erano gestiti da privati. La disputa si è inasprita nonostante Seul e Tokyo avessero trovato un accordo nel 2015 volto a risolvere la questione “definitivamente” con le scuse giapponesi e la creazione di un fondo da un miliardo di yen per i sopravvissuti. Ma il governo sudcoreano di Moon ritiene difettoso quell’accordo e lo ha annullato, citando la mancanza del consenso delle vittime.

Lo stesso tribunale di Seul si pronuncerà la prossima settimana su una causa simile intentata contro Tokyo da altre 20 donne e dalle loro famiglie.

Fonte: Unive / AGI

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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