Coronavirus: no, non si tornerà mai alla “normalità”, ma non è detto che sia una cattiva notizia

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Il Coronavirus continua la sua avanzata in Italia e nel mondo e sono in molti a chiedersi quando finirà tutto questo e si potrà tornare alla normalità. Un’analisi di Gideon Lichfield riportata sul MIT Technology Review sostiene che questo non sarà più possibile: la pandemia ha sconvolto il modo di lavorare, di socializzare, di vivere in generale. E ormai non si torna più indietro. Ma non è necessariamente una cattiva notizia.

Non sarà qualche settimana, come già preannunciato da Conte: il blocco proseguirà di certo oltre il 3 aprile, a oltranza, fin quando ne saremo usciti. Ma la strada potrebbe essere ancora piuttosto lunga. L’epidemia in Cina, scoppiata a dicembre, vede ora la luce in fondo al tunnel, dopo applicazione di severe (e rispettate) misure restrittive.

Ma cosa accadrà dopo? Secondo quanto riportato da Lichfield i rapporti sociali cambieranno per sempre, anche quando le maglie delle misure si allargheranno in conseguenza della fine della crisi epidemica. Che, in assenza di un vaccino efficace, è destinata a tornare a ondate.

“Per fermare il coronavirus dovremo cambiare radicalmente quasi tutto ciò che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo acquisti, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli e ci prendiamo cura dei membri della nostra famiglia – scrive Lichfield – Vogliamo tutti che le cose tornino alla normalità rapidamente. Ma ciò che la maggior parte di noi probabilmente non ha ancora realizzato – e lo farà presto – è che le cose non torneranno alla normalità dopo alcune settimane o anche pochi mesi. Alcune cose non lo faranno mai”.

Questo non significa che dovremmo restare per sempre chiusi in casa, ovviamente, ma che le misure non saranno a breve durata e potrebbero tornare, a meno che non si trovi una misura preventiva efficace come un vaccino, per il quale, realisticamente, c’è ancora molto da attendere.

D’altronde finché qualcuno nel mondo ha il virus, questo non potrà dirsi sconfitto. Il distanziamento sociale resta per ora quindi una misura necessaria, ma non per bloccare questa pandemia (ormai non è quasi più possibile) ma per distanziare anche i contagi, in modo da evitare il collasso dei sistemi sanitari, cosa che si sta rischiando seriamente in Italia, e garantire assistenza a tutti quelli che ne hanno bisogno.

A questo proposito i ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno proposto un modo a lungo termine di contenimento: imporre misure di allontanamento sociale più estreme ogni volta che gli ingressi alle unità di terapia intensiva, le più sature e critiche, iniziano a impennarsi e rilassarle ogni volta che diminuiscono, con un andamento ciclico a oltranza.

coronavirus rapporti sociali

©Imperial College

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda però di accompagnare il distanziamento sociale alla strategia della Corea del Sud, con interventi mirati di tracciamento dei contagi, isolamento dei casi sospetti tramite anche l’individuazione dei soggetti asintomatici, che sembrano i principali (perché inconsapevoli) fonti di contagio.

E questo potrebbe implicare cedere altri pezzi di libertà (e di privacy), come sta accadendo in altri Paesi: Israele utilizzerà i dati sulla posizione del telefono cellulare con cui i suoi servizi di intelligence antiterrorismo per rintracciare le persone che sono state in contatto con portatori noti del virus, mentre Singapore traccerà in modo esaustivo i contatti e pubblicherà dati dettagliati su ogni caso noto, identificando quasi tutte le persone per nome.

Tutto questo non sarà per qualche settimana, nemmeno per qualche mese. Ci accompagnerà per molto tempo e costringerà il mondo a ripensare alle strutture sociali, fino a modificarle per sempre, anche dopo l’eradicazione di questo virus, che ci sta insegnando come una pandemia devastante è possibile anche nel 2020, anche in quella parte di mondo cosiddetta avanzata.

L’unica soluzione definitiva in queste situazioni resta un vaccino efficace, ma realisticamente si dovrà attendere 18 mesi o forse più. E intanto? Innanzitutto il virus ci ha insegnato l’importanza di un sistema sanitario pronto e sano: si può pensare ad intensificare le terapie intensive in quei periodi in cui gli accessi diminuiscono, in modo da essere pronti alle successive ondate epidemiche.

Ma, soprattutto, cambiare il nostro stile di vita.

“A breve termine, ciò sarà estremamente dannoso per le aziende che si affidano a persone che si riuniscono in gran numero: ristoranti, caffè, bar, discoteche, palestre, hotel, teatri, cinema, gallerie d’arte, centri commerciali, fiere artigianali, musei, musicisti e altri artisti, strutture sportive (e squadre sportive), strutture per conferenze (e produttori di conferenze), compagnie di crociera, compagnie aeree, trasporti pubblici, scuole private, centri diurni”.

Le crisi portano sempre necessità di adattamenti: potrebbero cambiare gli strumenti di erogazione di alcuni servizi, sostiene Lichfield: palestre che vendono attrezzature o sessioni di allenamento online, ma anche ritorno ad un’economia chiusa, con trasporti di merci a corto raggio e intensificazione dell’approvvigionamento locale, e magari passeggiate e giri in bicicletta.

Potremo vedere in futuro anche cinema e teatri con la metà dei posti (distanziati), riunioni aziendali in aule più grandi. In altre parole una socialità diversa “a misura di pandemia”. Il rischio è alto, sì, quello di discriminare i soggetti più deboli e poveri.

Ma dalle crisi si può anche rinascere più forti e consapevoli, investendo sulle cose veramente importanti.

Fonti di riferimento: MIT Technology Review / Imperial College

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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