In Colombia massacrati migliaia di attivisti e indigeni, colpevoli di aver difeso diritti umani e ambiente

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Numerosi gruppi armati colombiani sono da anni responsabili di efferati omicidi ai danni dei difensori dei diritti umani e dei leader comunitari. Le organizzazioni armate della Colombia controllano ampie parti del territorio nazionale e intendono agire laddove lo stato è più debole o addirittura assente. Per arginare il preoccupante fenomeno, il governo centrale promette di intervenire con nuovi provvedimenti per proteggere gli attivisti e tutelare le comunità locali.

Una vera e propria ondata di violenza, che tra il 2019 e il 2020 ha raggiunto livelli insostenibili, reprime e annichilisce ogni forma di protesta contro le gravi violazioni dei diritti civili e sociali che popolazione della Colombia è costretta a subire. Anche coloro che si adoperano per la tutela delle vittime del conflitto o per la protezione della natura vengono barbaramente uccisi senza che sia fatta giustizia. Questo drammatico fenomeno, diffusosi ormai in tutta la Colombia, ha convinto il governo a mettere in campo una serie di politiche per prevenirlo, con risultati piuttosto deludenti.

Il fiume di violenza del post-conflitto

Un rapporto di 127 pagine pubblicato lo scorso 10 febbraio dall’ONG Human Rights Watch con il titolo Left Undefended: Killings of Rights Defenders in Colombia’s Remote Communities (“Lasciati indifesi: gli omicidi di difensori dei diritti umani nelle comunità remote della Colombia”) documenta le uccisioni di difensori dei diritti umani verificatesi in Colombia negli ultimi cinque anni (cioè dal 2016) e analizza l’inefficacia delle scarse misure finora adottate dal governo per prevenirle, per garantire un’adeguata protezione agli attivisti, e per assicurare i responsabili alla giustizia.

Secondo quanto riferito dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR), dal 2016 in Colombia sarebbero stati uccisi oltre 400 difensori dei diritti umani, un triste primato rispetto agli altri paesi latinoamericani, ma Indepaz (Istituto di studio per lo sviluppo e la pace, con sede nella capitale Bogotà) ha stilato un dettagliato elenco che, dal novembre 2016 al gennaio 2021, conta ben 1.134 omicidi di difensori dei diritti umani e leader sociali.

L’OHCHR ha rilevato un progressivo aumento annuale di tali omicidi, da 41 nel 2015 a 108 nel 2019. Almeno 331 difensori dei diritti umani – impegnati nella promozione della giustizia sociale, ambientale, razziale e di genere in 25 stati colombiani – sono rimasti uccisi nel 2020. Le categorie di persone più vulnerabili sono le donne e gli indigeni. L’ufficio del difensore civico per i diritti umani della Colombia, un organo governativo indipendente dall’esecutivo, segnala un aumento delle uccisioni di difensori dei diritti umani tra il 2019 e il 2020.

Cosa è successo dopo l’accordo di pace del 2016

In particolare, gli omicidi di difensori dei diritti umani sono aumentati da quando i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) si sono smobilitati in ottemperanza allo storico accordo di pace del 2016 con il governo centrale. Tuttavia, altri gruppi armati, alcuni dei quali sono considerati come estensioni delle FARC, hanno deciso di violare la tregua e hanno iniziato una strenua lotta per il controllo del territorio, resa possibile da attività illegali (traffico di droga e di armi, ecc.) e da atti di violenza contro i civili.

L’amministrazione del presidente colombiano Iván Duque Márquez condanna sistematicamente le recenti uccisioni, ma la risposta del governo sembra ancora insufficiente e carente. Le autorità governative non sono in grado di esercitare un controllo efficace e capillare sull’intero territorio nazionale e l’assenza dell’amministrazione civile in molte aree riconquistate alle FARC ha aggravato la già critica situazione.

La debole e inefficace azione governativa

Il governo ha dispiegato le sue forze armate in molte aree del paese, ma non è riuscito né a rafforzare il sistema giudiziario statale, né a smantellare i gruppi armati responsabili degli omicidi. Le politiche adottate e le leggi in vigore in materia di protezione dei difensori dei diritti umani e di altri soggetti a rischio non vengono pienamente implementate, esponendo le vittime a ripetuti abusi.

Dal 2011, è operativa l’Unità Nazionale di Protezione, che fa capo al Ministero dell’Interno della Colombia. Il problema è che questa agenzia offre servizi di protezione individuale in risposta a concrete minacce, ma in molti casi le vittime non avevano subito minacce o non erano in grado di denunciarle. Esiste anche un piano generale di protezione approvato nel 2018 su iniziativa del Ministero dell’Interno. Il programma pilota, teso a garantire la protezione di specifici gruppi e comunità colombiane, non si è mai concretizzato.

Inoltre, il governo non ha investito a sufficienza nella protezione della popolazione e non ha offerto ai cittadini concrete opportunità economiche ed educative, privandoli in certi casi dell’accesso ai servizi pubblici. Di conseguenza, alcune zone del paese sono totalmente controllate da bande armate, guerriglieri e narcotrafficanti, responsabili di atti criminali e violenti. Ad esempio, gruppi criminali locali hanno spesso minacciato i sostenitori di progetti agricoli volti a sostituire i raccolti di coca (la materia prima della cocaina) con raccolti di generi alimentari.

La situazione sembra essere sfuggita di mano e molti degli autori di questi omicidi sono ancora a piede libero. In questo momento, l’attenzione internazionale nei confronti dei difensori dei diritti umani è assai cresciuta: il gruppo Front Line Defenders (FLD), ad esempio, chiede di includere il tema della protezione di tali soggetti nei piani governativi post-Covid di tutto il mondo e di discuterne in occasione della prossima conferenza ONU sul clima (COP-26), che si terrà a Glasgow, in Scozia, dal 1° al 12 novembre 2021.

Fonti: HRW/Guardian

Leggi anche: La Colombia è sotto shock per le violenze contro donne e bambine, decine di casi solo a gennaio

 

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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