Carne di tricheco per le feste tradizionali, mezzo villaggio contaminato dal botulino

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La chiamano Igunaq e altro non è che carne di tricheco (o di foca) fermentata. I popoli Inuit ne vanno ahinoi ghiotti, ma c’è un ma: se conservata male può portare a gravi intossicazioni alimentari, prima tra tutte il botulismo. Ed è accaduto nel villaggio di Inukjuak, nella regione di Nord-du-Québec, dove più di 27 persone si sono intossicate dopo aver consumato carne di tricheco infettata servita in due recenti feste.

Qui, in effetti, la carne di tricheco e di foca è considerata una prelibatezza tra tutte le comunità, degna di essere mangiata nelle grandi feste religiose e nei ritrovi annuali di popolazione. Una tradizione dura a morire: del resto cacciare trichechi (o foche da pelliccia) fa parte dello stile di vita del popolo Inuit da sempre. È a questi animali che gli abitanti locali si affidano per il cibo o per l’abbigliamento. Ma non sempre è cosa buona. Al di là dell’uccisione di animali, la conservazione che ne fanno mina costantemente la salute umana.

Con la tecnica della fermentazione (metodo appunto detto “Igunaq”) nelle regioni artiche si seppellisce nel terreno la carne tagliata a pezzi e il grasso degli animali catturati in estate. Il processo di fermentazione continua nei mesi autunnali e le “bistecche”, che poi si congelano in inverno, saranno pronte da mangiare l’anno dopo. Così facendo, questi alimenti possono produrre impropriamente del botulino.

È esattamente quello che è accaduto nel villaggio di Inukjuak. A annunciarlo sabato scorso è stato il consiglio sanitario regionale del Nunavik, Nunavik Regional Board of Health and Social Services, sulla sua pagina Facebook:

Potrebbe esserci ancora [carne] contaminata nella comunità”, scrive il consiglio. E aggiunge: “In situazioni come questa, la carne proveniente da quella fonte dovrebbe essere distrutta”. E il modo migliore per distruggere la carne contaminata dal botulismo è bruciarla.

Oltre al danno la beffa, insomma. Trichechi uccisi per essere mangiati dimostrano che ancora la caccia è il perno dell’esistenza delle popolazioni artiche. “Non è crudeltà, ma sopravvivenza”, vi direbbero. E se da un lato nel 2010 è stato almeno bandito l’import nell’Unione Europea dei prodotti derivati dalla caccia alle foche, da un lato i cacciatori Inuit subiscono pesantemente gli effetti crescenti del cambiamento climatico che noi altri invece continuiamo a produrre, con un aumento delle temperature oceaniche comprese tra 1-2 gradi centigradi che ha eroso il ghiaccio marino e reso impossibili, tra l’altro, anche parecchie pratiche legate alla caccia stessa.

Come dire, chi ha ragione su cosa?

Fonte: NRBHSS

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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