Ayni, il principio ancestrale dei popoli andini per riscoprire la reciprocità nelle situazioni di crisi

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La pandemia scoppiata negli ultimi mesi ha messo in luce diverse criticità del nostro mondo e ha contribuito a far emergere riflessioni sull’importanza della condivisione.

L’isolamento sociale è servito a tenerci al sicuro ma al tempo stesso il coronavirus, che in pochissimo tempo si è diffuso ovunque nel mondo, ci ha dimostrato che siamo profondamente interconnessi. E che i comportamenti dei singoli individui contano eccome a livello collettivo, nel bene o nel male.

Questa consapevolezza non dovrebbe finire nel dimenticatoio con il rientro progressivo all’agognata normalità perché da essa dipende il futuro di noi tutti e del nostro paziente Pianeta. Qualcuno, a dire il vero, lo aveva già intuito tanto tempo fa, a tal punto da aver sviluppato una cultura che riconosce molta importanza alla cultura di cura e alla condivisione, partendo dall’idea che siamo esseri umani di comunità.

Si tratta della cultura andina dove l’aiuto reciproco, espresso dalla parola quechua “Ayni“, è un concetto basilare e di origini antichissime. Se la sillaba “ay” indica un pericolo, un calo energetico, la sillaba “ni” indica l’esatto opposto, ovvero rigenerazione. Nel complesso la parola acquisisce quindi il significato di sostegno nelle situazioni di pericolo, sostegno basato sull’aiuto reciproco. L’Ayni è simboleggiato non a caso da due braccia che si incrociano dove si vede una mano che dà e una che riceve.

L’Ayni è diventato, nella cultura andina, un principio fondamentale alla base delle relazioni comunitarie che prevede la collaborazione tra esseri umani e la cura reciproca. Atteggiamento che genera di conseguenza maggiore solidarietà tra le persone, desiderio di stare in compagnia, affetto reciproco indipendente da secondi fini. E lo si è visto anche durante la pandemia quando alcune comunità andine della Bolivia hanno inviato camion carichi di frutta a chi, in quel momento, aveva più bisogno. Perché, nella logica di queste persone, quando a qualcuno della propria comunità manca qualcosa, è importante donargli ciò che si ha.

L’Ayni si riflette anche in numerose iniziative commerciali, per esempio le fiere del baratto alimentare dove non si utilizza il denaro ma appunto, il baratto, visto che molte famiglie non hanno soldi per acquistare beni di prima necessità. In questo sistema, il valore di una persona non aumenta proporzionalmente al denaro che possiede, ogni persona vale a prescindere dai soldi che ha o non ha.

Ecco, se c’è una cosa che dovremmo assolutamente ripensare in questo progressivo ritorno alla normalità è proprio il nostro senso di comunità, ma anche il nostro modello economico. Siamo talmente abituati a vivere da consumatori che non ci accorgiamo di quanto sia insidioso e gli stessi spazi che condividiamo nella realtà sono spesso commerciali, molto più raramente di puro dialogo e confronto.

Essere nati in una parte di mondo economicamente più benestante è per certi versi un enorme vantaggio ma non significa aver sempre ragione, atteggiamento che ci induce a sottovalutare altri tipi di società che hanno semplicemente privilegiato altro rispetto a noi, ritenendolo più importante per esempio del denaro. Non dobbiamo rinnegare il nostro mondo ma ripensarlo, prendendo in considerazione altri punti di vista, forse sì.

FONTE: Ayni Real and Imagined: Reciprocity, Indigenous Institutions, and Development Discourses in Contemporary Bolivia – AnthroSource/El Pais

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Laureata in Scienze dei Beni Culturali, redattrice web dal 2008 e illustratrice dal 2018, ha pubblicato per Giochidimagia Editore "Il sogno attraverso il tempo". Con SpiceLapis ha realizzato "Memento Mori, guida illustrata ai cimiteri più bizzarri del mondo".
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