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Il cervello degli atei funziona diversamente da quello dei credenti?

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Fede sì o fede no? Cos’è che ci spinge a credere o a essere atei? Questione di cervello, dicono gli scienziati, che in più studi si sono chiesti se i miscredenti pensino diversamente dalle persone religiose. C’è qualcosa di speciale nel modo in cui funziona il loro cervello? Cos’è, se esiste, che porta alla elaborazione di diverse forme di pensiero?

Psicologi e scienziati hanno avanzato teorie sui diversi modi di mettere a punto le informazioni associate all’attività in determinate aree del cervello. E se è vero come è vero che il fenomeno religioso è un collage variegato di inclinazioni cognitive, di comportamenti e di credenze che in fin dei conti sono ben radicati nella nostra evoluzione culturale, è pur vero che non tutti sviluppiamo (o non sviluppiamo) le stessa propensione a “credere”.

Vari sono i principali passaggi del mondo scientifico che hanno tentato di spiegare come credere o meno in una entità religiosa sia tutta questione di sinapsi.

Dawkins e il casco di Dio

Considerato il momento più elevato del “neuro-ateismo”, molti scienziati fanno riferimento al momento in cui il biologo e ateo Richard Dawkins si recò nel laboratorio del neuroscienziato canadese Michael Persinger nella speranza di avere una “esperienza religiosa”.

Il docufilm della BBC Horizon, God on the Brain, riprende l’attimo in cui Dawkins indossa il cosiddetto “casco di Dio”.

Il casco di Dio è un apparato sperimentale denominato originariamente “casco di Koren” dal nome del suo inventore Stanley Koren. Fu messo a punto da Koren e poi proprio dal neuroscienziato Michael Persinger per studiare la relazione tra la creatività e gli effetti della stimolazione sottile dei lobi temporali (aree ritenute responsabili di tale attività nel cervello umano). L’equipaggiamento posto sul cranio di una persona genera un debole campo magnetico simile a quelli creati dalla linea fissa di un telefono o da un asciugacapelli e un milione di volte più debole della stimolazione magnetica transcranica. Secondo Persinger, i soggetti avevano “esperienze mistiche” e “stati alterati di coscienza”, tanto che l’80% dei partecipanti agli esperimenti riferiva di aver percepito una presenza, interpretata come quella di un angelo, di un parente deceduto o di un gruppo di esseri di un altro tipo. Uno solo tra essi parlò di presenza divina. Tuttavia, lo scienziato Richard Dawkins, che tentò l’esperimento su se stesso, raccontò di non aver percepito niente di tutto questo, a parte una “leggera vertigine” e delle sensazioni agli arti.

Come si è scoperto nelle analisi successive, ha spiegato Persinger, la sensibilità del lobo temporale di Dawkins era “molto, molto inferiore” rispetto a quanto è comune nella maggior parte delle persone.

L’idea che i lobi temporali possano essere la sede della “esperienza religiosa” esiste dagli anni ‘60. Ma questa era stata la prima volta che l’ipotesi era stata estesa per spiegare la mancanza di esperienza religiosa basata sulla sensibilità inferiore di una regione del cervello. Anche se restava ancora da testare questa ipotesi con un campione più ampio di atei.

cervelli atei

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La seconda istantanea ci porta al 2012. Tre articoli pubblicati da alcuni laboratori negli Stati Uniti e in Canada hanno presentato la prima prova che collega il pensiero logico e analitico alla miscredenza. Gli psicologi hanno teorizzato diversi modi in cui i cervelli elaborano le informazioni per molto tempo: conscio contro inconscio, riflessivo contro esperienziale, analitico contro intuitivo. Tutti collegati all’attività in alcune aree del cervello che tra l’altro possono essere attivati ​​da specifici stimoli come l’arte.

E infatti i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di contemplare la famosa scultura di Rodin, Il pensatore, e poi hanno valutato il loro pensiero analitico e la non fede in Dio. Hanno scoperto che coloro che avevano visto la scultura si sono comportati meglio nel compito di pensiero analitico e hanno riferito di credere meno in Dio rispetto alle persone che non avevano visto l’immagine.

Nello stesso anno, un laboratorio finlandese ha pubblicato i risultati di uno studio in cui gli scienziati hanno cercato di indurre gli atei a pensare in modo soprannaturale presentando loro una serie di racconti e chiedendo se la battuta finale fosse un “segno dell’universo” (laddove “segno” è considerato più soprannaturale che interpretare qualcosa come, ad esempio, una “coincidenza”). Lo hanno fatto durante la scansione del cervello utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Ebbene: più i partecipanti sopprimevano il pensiero soprannaturale, più forte era l’attivazione del giro frontale inferiore destro, un’area coinvolta nell’inibizione cognitiva e nella capacità di astenersi da certi pensieri e comportamenti.

Insieme, questi studi suggeriscono che gli atei hanno una propensione a impegnarsi di più nel pensiero analitico o riflessivo. Se credere in Dio è intuitivo, allora questa intuizione può essere annullata da un pensiero più attento. Questa scoperta ha certamente sollevato la possibilità che le menti degli atei siano semplicemente diverse da quelle dei credenti.

Sì, no, forse…

Già perché ovviamente le indagini non sono finite lì e successivamente sono stati condotti ben altri tre nuovi studi con campioni più grandi dell’originale e tutti non sono riusciti a replicare i risultati originali. Anzi, con un campione è stato trovato l’esatto opposto: contemplare il Pensatore accresceva la fede religiosa.

Punto e a capo allora? Diciamo che si è voluto ampliare il campo di osservazione. Una possibile limitazione degli studi originali, hanno detto poi gli studiosi, è che erano stati tutti intrapresi negli Stati Uniti. La cultura, cioè, potrebbe agire in modo così decisivo che lo stile cognitivo analitico associato all’ateismo in un paese potrebbe essere inesistente altrove? Proprio l’autore dello studio originale Rodin ha tentato di rispondere a questo in un nuovo studio che includeva individui provenienti da 13 paesi. I risultati hanno confermato che uno stile analitico cognitivo era collegato all’ateismo solo in tre paesi: Australia, Singapore e Stati Uniti.

Nel 2017 è stato condotto uno studio in doppio cieco per testare in modo più solido il legame tra miscredenza e inibizione cognitiva. Invece di utilizzare l’imaging cerebrale per vedere quale area illuminata, è stata utilizzata una tecnica di stimolazione cerebrale per stimolare direttamente l’area responsabile dell’inibizione cognitiva: il giro frontale inferiore destro. La metà dei partecipanti, tuttavia, ha ricevuto un falso stimolo. I risultati hanno mostrato che la stimolazione cerebrale ha funzionato: i partecipanti che l’avevano ottenuta hanno ottenuto risultati migliori in un compito di inibizione cognitiva. Tuttavia, questo non ha avuto effetto sulla diminuzione delle credenze soprannaturali.

E se gli atei fossero addirittura più intelligenti?

Non ne hanno dubbi gli autori dell’Università di Rochester che hanno raccolto i risultati di 63 studi. In 53 di questi è stata trovata una forte correlazione tra una minore intelligenza (laddove per intelligenza intendono “l’abilità di ragionare, risolvere problemi, pensare astrattamente, capire idee complesse, imparare velocemente e apprendere dall’esperienza”) e la fede religiosa.

I fedeli, cioè, avrebbero un cervello “meno allenato” rispetto agli atei, poiché le religioni “hanno delle premesse irrazionali, non fondate su basi scientifiche e non verificabili che non attraggono chi è intelligente”.

Una correlazione negativa, questa tra IQ e fede, che inizia dall’infanzia e si conclude in vecchiaia e che riprende tra l’altro i risultati di un altro studio del 2008 di Richard Lynn dell’Università di Ulster, che sosteneva come il declino delle religioni in Occidente sia avvenuto contemporaneamente a un aumento delle facoltà intellettive.

Conclusione? Non c’è. Quello che sembra infatti permeare tutti questi studi è un notevole dato di fatto: la scienza cognitiva dell’ateismo deve andare necessariamente di pari passo con modelli che tengano conto delle variazioni culturali di un determinato contesto e in un determinato periodo storico.

Questione di cervello? Certo, ma che significato avrebbe tutto ciò in cui noi poniamo fede se lo estrapolassimo completamente dal contesto in cui viviamo?

Fonte: BBC / PublMed / SJDM / NCBI

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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