Anacardi, tutta la sofferenza e lo sfruttamento che si nasconde dietro il nostro sano spuntino

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Gli anacardi sono sempre più utilizzati come alimento sano all’interno della nostra dieta. Ma cosa si nasconde davvero dietro a questo spuntino? Da dove arrivano e chi (e a che prezzo) li produce?

Indubbiamente gli anacardi sono alimenti interessanti dal punto di vista nutrizionale. Buoni e sani hanno conquistato negli ultimi anni una discreta fetta di mercato, apprezzati in particolare dai salutisti e da chi ha scelto un’alimentazione a base vegetale.

Però, come vi avevamo già segnalato in fondo ad un articolo che riportava una serie di curiosità su questa noce, la produzione di anacardi è spesso legata a violazioni dei diritti umani.

A riaccendere l’attenzione sul tema è stato su Slow Food, Jack Coulton, che in un articolo riepiloga la situazione dei lavoratori del settore: quelle persone che nei paesi in cui si coltivano anacardi si occupano della produzione della frutta secca che poi arriva sulle nostre tavole.

Tradizionalmente, gli anacardi vengono raccolti e lavorati a mano. L’anacardo è reso commestibile solo attraverso una serie di passaggi e il processo è tanto laborioso quanto pericoloso. Si tratta prima di arrostire o asciugare la noce, quindi rimuovere due strati separati di guscio e cuocere a vapore o arrostire il nocciolo interno.

Il problema è che gli oli presenti tra gli strati di guscio sono caustici e dunque pericolosi. L’esposizione a queste sostanze provoca ustioni dolorose alla pelle (o alla bocca e alla gola, se ingerite) e irritazione polmonare, se inalate ad esempio dai fumi del processo iniziale di tostatura.

Una lavorazione che mette quindi a rischio la salute di chi la deve compiere.

Purtroppo, solo il 3% degli anacardi venduti sul mercato di tutto il mondo sono provenienti da commercio equo e solidale, ciò significa che le persone che lavorano questa noce spesso non sono sufficientemente tutelate né a livello di dignità e sicurezza né di giusta paga.

donna anacardi 2

© Emily Clark/Daily Mail

La stragrande maggioranza degli anacardi del mondo è stata raccolta, trasformata e consumata in India. Ma la crescente domanda globale di questa frutta secca ha portato, negli ultimi decenni, ad alcuni cambiamenti nel settore. L’Africa occidentale è ora un importante produttore di anacardi grezzi con la Costa d’Avorio in testa.

Nel 2016 il paese africano ha superato l’India come il più grande produttore mondiale di anacardi. Nel frattempo, il Vietnam ha lottato con successo per una sostanziale quota di mercato nella lavorazione degli anacardi negli ultimi due decenni.

Un rapporto di Human Rights Watch del 2011 ha messo in luce le brutali condizioni dei lavoratori degli anacardi in Vietnam. I cosiddetti “pazienti” dei campi di terapia farmacologica del paese (persone tossicodipendenti che dovevano in realtà riabilitarsi attraverso il lavoro) venivano torturati e costretti ad una sorta di lavoro forzato con turni massacrati e privati di cibo e acqua.

Coloro che non lavoravano abbastanza rapidamente (o si rifiutavano di lavorare) erano soggetti a elettroshock e isolamento. Un articolo della rivista Time ha svelato al grande pubblico come venivano prodotti i cosiddetti “blood cashews”, anacardi di sangue, in piena violazione dei diritti umani.

Fortunatamente, i contraccolpi della notizia sull’opinione pubblica hanno portato alla “rivolta” di una serie di gruppi che lottano per i diritti umani e i grandi rivenditori (che erano principalmente situati in Europa e Nord America) hanno messo fine a quelle pratiche disumane.

Il governo vietnamita ha fatto sapere che la produzione di anacardi non avviene più all’interno delle loro strutture di terapia farmacologica e ha anche emanato una serie di leggi sul lavoro affinché le condizioni di lavoro cambino in tutto il paese, anche se il monitoraggio di tali leggi rimane difficile per le organizzazioni internazionali a causa della mancata trasparenza.

Non si sa dunque molto bene, e non solo in Vietnam, come le noci vengono raccolte, trasformate e consegnate ai consumatori.

Quello che è certo è che le persone che lavorano gli anacardi sono pagate in base al peso dei frutti lavorati e non ad ore, con conseguente necessità di lavorare molto più rapidamente e per lungo tempo di fila.

I guanti rallentano i lavoratori, così molti scelgono di non indossarli, esponendo la pelle alle sostanze chimiche caustiche contenute all’interno dei frutti.

lavoratori anacardi

©Reuters/Yantade

mani nere anacardi

© Emily Clark/Daily Mail

Lo scorso anno, in un report, il Daily Mail aveva reso nota la drammatica realtà delle donne indiane che producono anacardi: le ustioni colpiscono fino a 500mila lavoratori del settore (soprattutto donne, appunto), impiegate senza contratto, reddito fisso né alcun diritto.

donne anacardi 3

© Emily Clark/Daily Mail

Da quando sono stati pubblicati questi rapporti, la nostra “fame” di anacardi è cresciuta e non intende smettere, almeno per ora. A livello globale, vengono prodotte oltre 829.000 tonnellate di anacardi, riflettendo una crescita del 32% rispetto alla media dell’ultimo decennio. Secondo le stime, il mercato globale di questa frutta secca dovrebbe raggiungere i 13,48 miliardi di dollari entro il 2024, riflettendo un tasso di crescita annuo composto del 5,2%.

Mentre le organizzazioni per i diritti umani potrebbero essere riuscite a fermare quantomeno le pratiche di produzione più disumane, l’impossibilità di rintracciare con chiarezza i vari passaggi che compiono gli anacardi prima di arrivare nei nostri supermercati, rende difficile sapere se dietro vi siano anche lavoro minorile o altre violazioni dei diritti umani.

Considerando tutto questo, se proprio non riusciamo a fare a meno degli anacardi, almeno andiamo alla ricerca di quella piccolissima quantità che proviene da commercio equo e solidale.

In caso contrario, meglio orientarsi su altri sani spuntini.

Fonte: SlowFood / Quartz / Time

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Francesca Biagioli è una redattrice web che si occupa soprattutto di salute, alimentazione naturale, oli essenziali e fitoterapia, le sue passioni da sempre. Laureata in lettere moderne, con Master in editoria, ha poi virato le sue competenze verso il benessere olistico
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