Dopo 114 anni, lo zoo del Bronx si scusa per aver costretto un indigeno africano a esibirsi nella gabbia delle scimmie

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Più di un secolo fa, nel Bronx zoo un uomo africano catturato e venduto a un uomo americano, era stato costretto ad esibirsi per i bianchi. Adesso, a distanza di 114 anni, arrivano le scuse dello zoo. “E’ stato un atto di intolleranza razziale inconcepibile, spiegano i funzionari, proprio mentre in tutti gli Stati Uniti continuano i disordini civili dopo l’uccisione da parte della polizia di George Floyd continuano.

“In nome di uguaglianza, trasparenza e responsabilità, dobbiamo affrontare il ruolo storico della nostra organizzazione nella promozione dell’ingiustizia razziale mentre avanziamo la nostra missione per salvare la fauna selvatica e i luoghi selvaggi”, ha dichiarato il presidente e CEO della Società per la conservazione della fauna selvatica Cristián Samper.
Tutta la comunità ha condannato il gesto. “Bisogna non distogliere lo sguardo dalle ingiustizie”.

In una lunga nota, lo zoo si scusa e condanna il trattamento di un indigeno di nome Ota Benga. I funzionari dello zoo del Bronx, guidati da William Hornaday, aveva messo in mostra il ragazzo nella Monkey House dello zoo per diversi giorni durante la settimana dell’8 settembre 1906, prima che l’indignazione da parte dei ministri  locali, portasse a termine l’incresciosa vicenda.

“Condanniamo le azioni e gli atteggiamenti bigotti dei primi anni del 1900 nei confronti dei non bianchi – in particolare afroamericani, nativi americani e immigrati. Ci rammarichiamo profondamente che molte persone e generazioni siano state ferite da queste azioni”, dice ancora il ceo.

Chi era Ota Benga

Correva l’anno 1906, Ota Benga della tribù indigena Mbuti in Congo, fu catturato dalla giungla e portato a New York in perizoma per essere messo in mostra allo zoo per 20 giorni. L’immagine fece il giro del mondo, l’uomo divenne protagonista di romanzi e di film di Hollywook, sempre nella sua accezione negativa. L’uomo nero era un fenomeno da baraccone per far divertire i ricchi che lo prendevano in giro. Ma non solo.

Ota Benga arrabbiato e frustrato aveva tentato più volte di scappare inutilmente. Era lontano dalla sua tribù e dalla sua giungla e costretto ad esibirsi al PT Barnum perché il direttore dello zoo, William Temple Hornaday, credeva fermamente che Benga fosse l’evoluzione degli scimpanzé e degli oranghi dello zoo. Più di 40mila persone andavano a vederlo allo zoo. Lui era costretto a ballare, suonare, cantare. Ma la gente non rideva con lui, rideva di lui.

All’epoca, una delegazione di clero, protestò per motivi di razzismo e chiese la liberazione di Benga. Alla fine del 1906, Hornaday, stanco della pubblicità negativa, disse ai giornalisti: “Ne ho abbastanza di Ota Benga. Richiama il Brooklyn Howard Colored Orphan Asylum. Ho finito con lui qui”. Trattato, quindi, come un oggetto. Dalla disperazione, anche perché non era riuscito a raccogliere i soldi per tornare nel suo paese, Benga si sparò. Una storia, quindi, oltre che agghiacciante, anche di atroce sofferenza.

“Riconosciamo pubblicamente gli errori del nostro passato. Svilupperemo ulteriori progetti per rendere la nostra storia accessibile e trasparente, specialmente per scrittori e ricercatori esterni”. Oggi ci sfidiamo a fare meglio e a non distogliere lo sguardo quando e dove si verifica l’ingiustizia”.

Fonte: WCS

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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