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Lo scorso 22 settembre un attore si è presentato davanti al Congresso degli Stati Uniti, a Washington, per parlare di temi ambientali e per proporre soluzioni eco-sostenibili. L’attore in questione è Kevin Costner, premio Oscar e protagonista di blockbuster hollywoodiani come Balla coi lupi e Robin Hood, ma anche ambientalista convinto e dichiarato.

L’occasione è l’ormai tristemente famosa marea nera del Golfo del Messico, con l’enorme perdita di greggio provocata dall’esplosione della Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera semisommergibile facente campo alla British Petroleum. Un disastro che aveva già visto la discesa in campo, alcuni mesi fa, di James Cameron, il pluripremiato registra di Avatar e Titanic.

Dopo aver riversato nelle acque antistanti le coste della Louisiana e il delta del Mississippi circa 4,9 milioni di barili di petrolio, determinando una catastrofe ecologica che non ha eguali nella storia degli Stati Uniti, la fuoriuscita sembra essersi finalmente esaurita, ma i danni sull’ambiente restano e sono ingenti. Da qui il piano proposto al Congresso da Costner, che si era già presentato davanti ai parlamentari lo scorso giugno e la cui passione per il mare è nota, tanto che alcuni anni fa aveva scelto di interpretare un solitario uomo-pesce nel film Waterworld. Il piano richiede un investimento da 895 milioni di dollari ma, secondo l’attore, è il modo più serio ed efficace per rimediare agli interventi costosi, disorganizzati e inefficienti messi in atto in questi mesi per far fronte al disastro.

La proposta di Costner implica l’utilizzo di macchine speciali in grado di “isolare” il greggio, separandolo dall’acqua attraverso delle apposite centrifughe, e di una flotta di navi specializzate nel recupero di petrolio e di altre sostanze chimiche. Le particolari centrifughe sono state progettate e brevettate proprio dall’azienda che fa capo a Costner e al suo amico di vecchia data e socio d’affari Patrick Smith, la Ocean Therapy Solutions. Stando ai loro realizzatori, le navi munite di centrifuga possono reagire prontamente ad una fuoriuscita di greggio, in quanto potrebbero separarlo dall’acqua sul momento, mentre sono a largo, senza avere bisogno di rientrare sulla terraferma per effettuare l’operazione e, di conseguenza, senza disperdere energie o perdere tempo prezioso.

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Interpretando l’opinione della maggior parte degli americani, Costner sostiene anche che i costi dell’operazione di “salvataggio” dovrebbero essere interamente addebitati alla compagnia petrolifera, poiché ogni società deve assumersi la piena responsabilità delle proprie attività e di tutti gli incidenti che possono derivarne. Tanto più che, attualmente, nel Golfo del Messico sono presenti circa 5 mila piattaforme petrolifere, con ben 27 mila pozzi attivi.

Partendo da simili cifre, Coster afferma che non è possibile considerare il disastro della Deepwater Horizon come il worst case scenario: la densità di trivellazioni, pozzi e piattaforme sul territorio americano dimostra che bisogna essere preparati a fronteggiare il peggio, ad esempio più perdite di greggio in contemporanea. Soprattutto se, come è accaduto nell’incidente dello scorso aprile, le compagnie petrolifere non mettono in pratica tutte le azioni necessarie per prevenire incidenti e disagi.

Lisa Vagnozzi


 

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