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Oltre mille persone condannate alla pena di morte in 23 paesi del mondo e la maggior parte delle esecuzioni è avvenuta in Cina, Iran, Arabia Saudita, Iran e Pakistan.

Il nuovo Rapporto sulla pena di morte 2016-2017 di Amnesty International registra una diminuzione del ricorso a questa punizione rispetto al 2016 e perfino al 2015, così come quello dei paesi che hanno imposto sentenze capitali. 

Tuttavia 18848 persone continuano ad essere rinchiuse nel braccio della morte. La Cina rimane il maggior esecutore mondiale, ma la reale entità dell’uso della pena di morte qui è sconosciuta, perché i dati sono classificati come segreto di stato.

“Due paesi hanno abolito la pena di morte per tutti i reati e un paese l’ha abolita solo per i reati ordinari. Molti altri si sono mossi per restringere l’uso della pena capitale confermando che, nonostante i passi indietro in alcuni Stati, l’andamento globale si è mantenuto verso l’abolizione della pena di morte quale ultima punizione crudele, inumana e degradante”, scrive Amnesty.

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La pena di morte in Cina

La Cina è il paese in cui si muore di più, ci sono centinaia di casi di pena di morte, secondo l’organizzazione, non sono documentati nel registro giudiziario online, pubblicizzato come un “passo avanti decisivo verso l’apertura” e citato come prova che il sistema cinese non ha nulla da nascondere.

“Il registro in realtà contiene solo una piccola parte delle migliaia di condanne a morte che riteniamo siano emesse ogni anno in Cina. Sulla base di fonti pubbliche cinesi tra il 2014 e il 2016 sono state eseguite almeno 931 condanne a morte, solo 85 delle quali sono riportate nel registro”, si legge nel Rapporto.

Per esempio, nel registro mancano i nomi dei cittadini stranieri condannati a morte per reati di droga, sebbene i mezzi d’informazione locali abbiano dato notizia di almeno 11 esecuzioni. Sono assenti anche numerosi casi relativi a reati di terrorismo.

Il sistema repressivo cinese è noto alle cronache e negli ultimi anni il rischio di essere messi a morte per reati non commessi ha suscitato allarme nell’opinione pubblica. Tra i casi, Amnesty cita l’esecuzione di Nie Shubin, messo a morte 21 anni fa all’età di 20 anni. Lo scorso anno, i tribunali cinesi hanno riconosciuto l’innocenza di quattro condannati a morte annullandone la sentenza.

“Il governo cinese utilizza dati parziali e fa affermazioni non verificabili per rivendicare progressi nella riduzione del numero delle esecuzioni e al tempo stesso mantiene un segreto quasi totale. È un atteggiamento volutamente ingannevole. La Cina è una completa anomalia nel panorama mondiale della pena di morte, non in linea con gli standard internazionali e in contrasto con le ripetute richieste delle Nazioni Unite di conoscere il numero delle persone messe a morte”, commenta Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

La pena di morte negli Stati Uniti

Nel Rapporto si registra poi un dato significativo, per la prima volta dal 2006, gli Stati Uniti non sono nella lista dei primi cinque paesi al mondo per numero di esecuzioni. Il numero (20) è il più basso dal 1991, mentre quello delle condanne (32) il più basso dal 1973.

“Un chiaro segnale che i giudici, i procuratori e le giurie stanno cambiando idea sulla pena di morte come strumento di giustizia. Tuttavia, alla fine del 2016, nei bracci della morte si trovavano ancora 2832 detenuti in attesa dell’esecuzione”, si legge nel Rapporto.

Il dibattito sulla pena di morte in America sta cambiando direzione, ma la diminuzione delle esecuzioni si deve anche alle dispute legali sui protocolli d’esecuzione e ai ricorsi sull’origine delle sostanze usate nell’iniezione letale.

“L’uso della pena di morte negli Usa è sceso ai minimi livelli dell’inizio degli anni Novanta. Ma non dobbiamo fermarci. Le esecuzioni potrebbero nuovamente aumentare nel corso del 2017. L’incredibile numero di esecuzioni fissate in Arkansas nel giro di una decina di giorni ad aprile sono un chiaro esempio di come il quadro possa cambiare”, ha commentato Shetty.

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La pena di morte in Malesia e Vietnam

Per la prima volta nel febbraio 2017, dagli ultimi tre anni, il Vietnam è stato il terzo paese al mondo, dopo Cina e Iran, per numero di esecuzioni: 429 dal 6 agosto 2013 al 30 giugno 2016. Il ministero per la Pubblica sicurezza non ha reso note le cifre relative al 2016.

“La dimensione dell’uso della pena di morte in Vietnam è terrificante e mette completamente in discussione le riforme approvate di recente. Quante altre persone saranno state messe a morte nel mondo senza che il mondo lo sapesse?”, si è chiesto Shetty.

Stesso iter in Malesia, dove le pressioni del Parlamento hanno consentito di sapere che nei bracci della morte del paese sono in attesa dell’esecuzione oltre mille prigionieri.

“Nel frattempo, l’idea che il crimine vada punito con la pena di morte continua a mettere radici nel continente asiatico: le Filippine stanno cercando di reintrodurla, dopo averla abolita nel 2006, e le Maldive minacciano di riprendere le esecuzioni dopo 60 anni”.


Pena di morte, i dati

1.032 persone sono state messe a morte in 23 paesi (in calo rispetto al 2015)

Escludendo la Cina, 87% di tutte le esecuzioni sono avvenute soli in 4 paesi: Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan

Sono state compiute 20 esecuzioni negli Stati Uniti, il minor numero dal 1991

Durante il 2016, 23 paesi circa un paese su otto, hanno compiuto delle esecuzioni

142 paesi nel mondo, più di due terzi, sono abolizionisti nella pratica o per legge

In totale, 104 paesi l’hanno abolita, la maggior parte degli stati del mondo. Solo 64 paesi erano completamente abolizionisti nel 1997

3117 pene di morte in 55 paesi nel 2016, un significativo aumento sul dato del 2015 (1998 in 61 paesi)

Almeno 18848 persone si trovavano nel braccio della morte alla fine del 2016.

Dominella Trunfio

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