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Il dolore, la paura, il silenzio e la vergogna. In Siria, la violenza sessuale sui bambini siriani è stata un’arma al servizio di chi lottava per il controllo del territorio. Ed era disposto a tutto pur di raggiungerlo, anche a macchiarsi di crimini terribili. La denuncia arriva da un’inchiesta di Cécile Andrzejewski e Leïla Miñano.

Una delle pagine più buie della nostra storia, scritta dalle giornaliste in collaborazione con Daham Alasaad e inserita all’interno del progetto Zero Impunity, che documenta come il fenomeno della violenza sui bambini sia un dramma senza colpevoli, promuovendo anche mobilitazioni per cambiare lo stato delle cose.

Nonostante siano annoverati tra i crimini dell’umanità dall’Onu, stupri, mutilazioni e scosse elettriche sui genitali, come si legge nell’inchiesta, in sei anni di guerra siriana non sono mai stati oggetto di stime specifiche.

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Questo significa che non si ha contezza di quante vittime minorenni ci siano, soprattutto perché, la maggior parte delle volte, i genitori scelgono il silenzio per proteggere i figli dalla vergogna.

Violenze che sono state più volte documentate da Save the children, ad esempio nel report 'Childhood under fire', dove si parla di torture fisiche e mutilazioni genitali.

bambini siriani

I bambini sono, dunque, uno strumento che serve per umiliare ferire, ottenere confessioni forzate o fare pressioni su un genitore affinché si consegni, spiegavano dalle Nazioni Unite, all’inizio della guerra siriana.

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Una storia che va in questa direzione viene proprio raccontata nel reportage.

La vittima innocente è il tredicenne Hamza El Khateeb che nell’aprile del 2011, viene rapito, violato e ucciso.

Un mese dopo, la salma ritorna ai genitori. Un corpo martoriato, torturato e con il sesso tagliato.

La sorte toccata ad Hamza è un avvertimento e lui diventa ‘il primo martire della primavera di Damasco’.

Il terrore, quindi, non guarda in faccia nessuno. Non esistono più limiti, non c’è più pietà né per gli uomini, né le donne, né i bambini.

La stessa cosa accade nel carcere di Aleppo, dove le violenze sono sistematiche.

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bambini siria

Violenze raccontate ai giornalisti dall’ex direttore, Bassam al Alulu. Oltre 7500 prigionieri di cui nessuno parla che vivevano in condizioni disumane e tra loro c'erano anche mille minori, tenuti (come conferma al Alulu) per far pressione sui loro genitori. 

“Nella primavera del 2011, il comitato di Damasco ci ha ordinato di non fare più differenza tra minorenni e maggiorenni. Ci hanno detto: ‘Dato che vanno alle manifestazioni insieme agli adulti, bisogna trattarli come loro. I minori non hanno più celle riservate, sono rinchiusi con i maggiorenni, spesso con i detenuti comuni”, si legge ancora nel reportage.

“I prigionieri più anziani li sfruttavano, li costringevano a fare il bucato, i piatti, le pulizie. E li violentavano”, dice Bassam al Alulu.

Quindi non solo dagli aguzzini, ma violenze perpetrate anche dai compagni di cella. Lo stesso ex direttore, che oggi si cosparge il capo di cenere, sarebbe stato artefice di abusi su donne detenute.


“Siamo riusciti a rintracciare il suo ex assistente nel carcere, un colonnello anche lui disertore, che lo conferma. “Aveva l’abitudine di approfittare sessualmente delle criminali e delle mogli dei detenuti venute a chiedere un favore per il marito”, assicura. Un’informazione che ha soltanto la forza di una voce persistente. Se fosse confermata, oggi Bassam al Alulu potrebbe essere perseguito dalla giustizia internazionale”, chiosa il reportage.

E di storie simili, che hanno come scenario la Siria, se ne potrebbero raccontare tante. Da tempo parliamo dei bambini siriani, la cui infanzia è stata annientata psicologicamente.

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I minori sono diventati dei giocattoli da utilizzare e poi gettare via. Ancora, la stessa cosa succedeva nella prigione di Saydnaya, il racconto è di un ex detenuto, Bassam Sharif.

“In carcere si sentono molte storie sui bambini violentati. C’erano Due bellissimi ragazzi, mashallah! Al primo hanno infilato una bottiglia di Pepsi nel… E all’altro una specie di bastone di legno. Quando sono tornati in cella, non riuscivano più a sedersi. Perciò abbiamo tirato a indovinare. E ce l’hanno detto, senza vergogna. Per loro non era un’aggressione sessuale ma solo un metodo di tortura, perché quelli che li interrogavano hanno usato degli oggetti”, spiega l’uomo nel reportage.

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E poi ci sono ancora Nora, Fatima e tante altre bambine, piccole vittime che non parlano e non piangono più.

Dominella Trunfio

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