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Corpi seminudi agli angoli delle strade, donne vittime della tratta, donne schiave costrette a vendere se stesse. Alla maggior parte delle ragazze che arrivano in Italia dalla Nigeria, tocca questa amara sorte.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni a giugno 2015 sono approdate nel nostro Paese quasi 5mila donne nigeriane, un numero di quattro volte superiore rispetto a quello del 2014. E per la metà di loro Italia ha fatto rima con prostituzione e sfruttamento.

Vittime della povertà e ingannate da promesse di benessere, le donne nigeriane si ritrovano per strada a vivere una vita ancora peggiore di quella che hanno lasciato. Ingenuità, vulnerabilità, disperazione giocano un ruolo fondamentale sullo stato emotivo. Diventano clandestine senza identità.

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Giornate fatte di prigionia, di minacce, di ricatti, di violenze, di riti voodoo e ancora di paura e umiliazione. Donne che diventano oggetti in un mercato, quello dello sfruttamento sessuale, che secondo le Nazioni Unite è la terza attività più redditizia al mondo, dopo armi e droga.

Ma il traffico nigeriano non è un fenomeno recente, già negli anni Ottanta esisteva una fitta rete di attività illegali, col tempo la tecnica si è raffinata, l’industria delle vittime sessuali ha creato un proprio sistema con tanto di regole e ruoli ben definiti e da rispettare.

Una scala gerarchica che vede nel gradino più basso le maman, ex prostitute che gestiscono le ragazze nigeriane appena arrivate in Italia col sogno di trovare un lavoro onesto o di poter studiare. Le maman le “addestrano”, le mettono in strada, gli “insegnano la vita” e gestiscono i pagamenti.

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Le neo prostitute arrivano già con un debito altissimo nei confronti di quelli che si riveleranno i loro aguzzini, cifre esorbitanti che toccano anche i 50mila euro. Ma i loro corpi sono alla mercè per appena 20/30 euro a cliente.

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Nel secondo gradino, troviamo chi si occupa di far arrivare le ragazze nelle principali città italiane. Il traffico inizia a Benin City a Lagos e si espande in Europa passando da Parigi, Amsterdam e Madrid fino a Torino, Palermo, Roma e Napoli. Da qui inizia poi lo 'smistamento'.

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Ma la mafia nigeriana ha un gradino ancora più alto. Finora abbiamo parlato solo delle pedine, ma chi è a capo di tutto? I trafficanti di esseri umani che vivono e lavorano in Nigeria intrattenendo legami di corruzione con governi e ambasciate. Un’organizzazione che niente ha da invidiare a quelle di stampo mafioso, che riesce a gestire il mercato del falso tra documenti e visti oltre che quello della prostituzione minorile.

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Il reclutamento delle giovanissime inizia in villaggi dove degrado e povertà succhiano ogni linfa vitale. Le promesse sono tante e il crederci non costa nulla. Quando si è disperati, qualsiasi cosa sembra migliore. Iniziano così viaggi impossibili: il deserto del Sahara e poi la lunga rotta del Mediterraneo.

A Benin City la maggior parte della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, le famiglie sono costrette a vendere i figli e le ragazze a vendere se stesse per assicurare la sopravvivenza ai propri cari. Il sogno europeo è il loro miraggio. Un sogno che si trasforma in un incubo.

Sono poche quelle che riescono a fuggire dalla strada, le ragazze nigeriane sono sottoposte perfino a riti voodoo per farle prostituire. La Guardia di finanza, nei giorni scorsi, ha smantellato un’organizzazione di trafficanti di donne e uomini che agivano tra Palermo e Reggio Calabria, grazie a una ventiseienne che ha avuto il coraggio di denunciare i propri aguzzini.

Era arrivata nel Sud Italia con la speranza di fare la tata e con un debito di 30mila euro, era stata rinchiusa con altre ragazze e sottoposta a riti assurdi tra cui quelli voodoo per renderla docile e obbediente.

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Riti che iniziano già in Africa quando il capo villaggio 'benedice' la partenza delle donne mescolando in un sacchetto di polveri magiche, peli pubici, unghie e un assorbente sporco di sangue. Secondo usanze africane, lo stregone ha così in mano il destino delle ragazze.Troppa la paura di ribellarsi, di vedere morire i propri cari.

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Un destino beffardo e per molte senza via d’uscita che le priva della propria dignità e della speranza di un futuro migliore.

Dominella Trunfio

Foto: Elena Perlino/Rex Feautured

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