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Sindrome K: la malattia inventata da tre medici italiani per salvare gli ebrei (e ingannare i nazisti)

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La vera storia di medici italiani a Roma che hanno salvato ebrei durante l’Olocausto attraverso una malattia orribile e contagiosa che non era reale.

C’è stato nella storia un virus del tutto inventato? Una fake, una malattia fittizia, un morbo che in realtà non esisteva? Ebbene sì, ma non è roba per negazionisti. È memoria storica, ricerca di un escamotage per sottrarsi al male. Siamo a Roma, anno 1943: nei giorni dell’occupazione nazista, si diffuse qui una malattia sconosciuta e contagiosissima. Era la Sindrome K, escogitata a tavolino per liberare gli ebrei.

Già perché la “Sindrome K” in realtà non esisteva, ma fu inventata di sana pianta da tre medici del Fatebenefratelli – sull’isola Tiberina, proprio di fronte al Ghetto ebraico – che per salvare decine di ebrei dalla deportazione diagnosticarono loro la Sindrome K, una malattia mortale, sfigurante e super infettiva.

Tutto falso.

Un trucco, quello di prescrivere ebrei con una misteriosa malattia che di fatto terrorizzò i nazisti e salvò gli ebrei romani. La malattia non esisteva in nessun libro di testo medico né era mai stati studiata. In effetti non c’era affatto. Era un nome in codice inventato dal medico e attivista antifascista Adriano Ossicini. La falsa malattia fu insomma vividamente immaginata, da Ossicini e non solo, con lui c’erano anche altri due dottori: Giovanni Borromeo e Vittorio Sacerdoti.

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Tutti e tre inscenarono l’impensabile: le stanze che ospitavano i “malati di Sindrome K” erano designate come pericolosamente infettive – dissuadendo così gli ispettori nazisti dall’entrare – e i bambini ebrei venivano istruiti a tossire, a imitazione della tubercolosi, quando i soldati passavano di lì.

L’abbiamo chiamato K come il comandante tedesco Kesselring: i nazisti pensavano che fosse cancro o tubercolosi e sono fuggiti come conigli”, dirà alla BBC nel 2004 Vittorio Sacerdoti (nella foto sotto, presa dal sito Syndrome K).

La retata

All’alba del 16 ottobre 1943, era sabato ed era il giorno del riposo per gli ebrei, le truppe tedesche fecero irruzione nel ghetto di Roma per un rastrellamento della comunità ebraica romana, reso possibile dall’elenco dei loro nominativi forniti dal Ministero dell’Interno del governo Mussolini. Furono sequestrate 1.024 persone (di cui 200 bambini), poi deportate ad Auschwitz. Solo in 16 sopravvissero e in quelle ore molte famiglie cercarono rifugio nel vicino Ospedale Fatebenefratelli.

Fu così che Vittorio Sacerdoti, allora giovane medico di 28 anni, che con Giovanni Borromeo e altri combattenti antifascisti, mise a punto un piano per nascondere il maggior numero possibile di ebrei prima che venissero rastrellati.

“Vietato entrare”

I medici iniziarono ad ammettere i fuggitivi in ospedale, diagnosticando loro una pericolosa malattia, la Sindrome K appunto, che prendeva il nome dal “morbo di Kesserling”, un generale nazista incaricato di mantenere il controllo dell’Italia occupata, o anche di Herbert Kappler, il tenente colonnello delle SS a capo della Gestapo a Roma che guidò la retata.

Ma per i tedeschi quella K evocava la malattia di Koch, la tubercolosi, e ne erano terrorizzati.

I medici intimarono di non accedere ai reparti dove erano ricoverati i contagiosi pazienti.

Il giorno in cui i nazisti arrivarono in ospedale – racconta Sacerdoti – qualcuno venne nel nostro studio e disse: ‘Dovete tossire, tossire continuamente perché questo li spaventa, non vogliono contrarre una pericolosa malattia e non entreranno’”.

E così fu. Ad oggi non è dato sapere con certezza quanti “pazienti” siano stati salvati dall’astuzia di quei medici. Ma una cosa è certa: questa è storia.

Il documentario

Per ripercorrere questa storia, su discovery+ è disponibile il documentario “Sindrome K – Il virus che salvò gli ebrei“.

E chiudiamo con una farse di Tullia Zevi, giornalista e scrittrice antifascista a autrice, tra l’altro di “Ti racconto la mia storia. Dialogo tra nonna e nipote sull’ebraismo”:

Siamo anche ciò che ricordiamo. Siamo fatti dei nostri ricordi. Una persona che vive solo nel presente e non ha una piena consapevolezza di ciò che sta dietro le sue spalle non è completamente umana”.

Fonti: BBC / SyndromeK

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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