©Antonio Plinio/Facebook

San Giuseppe, l’antica tradizione degli altari con pane e grano germogliato

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A Termoli, in Molise, sono chiamati “Vetäre de San Gesèppe”, mentre in Sicilia si usa ancora dire “fare un San Giuseppe”, a significare che si vuole preparare e offrire una festa di ringraziamento. Sono gli altari dedicati a San Giuseppe, che in molte tradizioni religiose del centro sud sono ancora i protagonisti del 19 marzo.

Qui, infatti, in Sicilia come in Molise, ma anche in alcune zone della Puglia, gli “altari”, anche detti Tavole di San Giuseppe, si ripetono di anno in anno, interpreti di quell’anima fortemente legata alle tradizioni e ai culti antichi di tantissimi territori. Un modo, un rituale, un atto dovuto, che non può fare a meno di ripetersi da secoli.

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Così, già la sera di ogni 18 marzo le famiglie che vogliano fare voto oppure esprimere una particolare devozione a San Giuseppe allestiscono in casa un tavolo con sopra un’icona del Santo sul quale vengono poste pani, verdure, pesci freschi, uova, dolci, frutta, vino o grano germogliato. Le case rimangono aperte e chiunque può entrare, si riceve il cibo e si recitano preghiere, mentre tredici bambine vestite di bianco con in testa una coroncina di fiori, le “tredici verginelle”, cantano e recitano poesie in onore di San Giuseppe.

In Molise, così come a Gela, in provincia di Caltanissetta, a Borgetto, in provincia di Palermo, a Salemi, in provincia di Trapani, e a San Marzano di San Giuseppe in provincia di Taranto, la tradizione è più o meno sempre quella, con qualche piccolissima variante: in genere, ogni famiglia dopo la visita riceve in dono il “Grano di San Giuseppe”, un misto di grano, cicerchia, orzo e granturco bollito, con una fetta di pane, a simboleggiare abbondanza e fecondità.

Il cuore della tradizione è insomma proprio l’altare, adornato da coperte di seta, nastri, pizzi e tovaglie, a terra vasi di fiori e di grano germogliato e di lato la tavolata col cibo, comprese tre pagnotte di pane, su ciascuna delle quali è disegnato il bastone, la croce e la corona, per rappresentare Giuseppe, Gesù e Maria.

Dopo l’accoglienza in casa e le preghiere di rito, si inizia a mangiare. Il pranzo è composto da ben 13 pietanze che, impossibile consumarle tutte, vengono solo assaggiate e in genere, poi, il cibo, a chiusura dell’altare, viene donato alle mense dei poveri o alle parrocchie cittadine.  “Cci prumettu di inchiri i panzuddi a tri picciriddi – prometto di riempire la pancia a bambini“, dicono nella meravigliosa Sicilia.

La curiosità

In Sicilia, il Pane di San Giuseppe, o “pani pulitu” – la cui lavorazione segue un preciso rituale che ha inizio alcuni giorni prima – non ha mai la stessa forma. Le donne si tramandano oralmente la lavorazione del pane votivo di generazione in generazione e tra le forme più rappresentate, ci sono i fiori, i frutti e le spighe di grano, per richiamare l’imminente risveglio primaverile. 

Non mancano le forme degli animali, la luna e il sole, simbolo di luce e vita, oltre a chiavi, croce, forbici, colomba, palma, pesce, agnello, angelo e il volto di San Giuseppe.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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