La canzone di Marco Mengoni che celebra Frida Kahlo e la sua capacità di trasformare il dolore in bellezza

«Può la bellezza trascinarci via, se l’arte è una bugia che dice la verità?», così canta Marco Mengoni in alcuni versi de La Casa Azul, uno dei brani contenuti nella sua ultima fatica discografica, Atlantico. Non si tratta di una canzone qualunque, ma è il modo in cui Mengoni ha scelto di celebrare la storia di una donna anticonformista, libera, ribelle, che non è diventata vittima dei propri dolori meschini, ma ha saputo dar loro la forma dell’eterno: Frida Kahlo.

È in arte che la Kahlo ha trasformato il proprio tormento e Marco Mengoni, ne La Casa Azul, non è riuscito soltanto a raccontare la sua storia, ma ha saputo fare qualcosa di più: non l’ha tradita. Non ha tradito il suo vissuto, i chiaroscuri della sua personalità, la bellezza viscerale e struggente della sua arte, il suo spirito, la sua forza. E nemmeno la sua fragilità, ché Frida era anche debole, fallibile, carnale. Era una donna passionale, sfaccettata, complicata.

La Casa Azul, un inno alla bellezza

Non l’ha tradita, dicevo. Infatti, La Casa Azul è un inno: il racconto del dolore non è fine a se stesso, non è il tormento a farla da padrone, nemmeno la rabbia o il risentimento. È una canzone che celebra la forza, la determinazione, il coraggio di una donna che ha trovato, nell’arte, il modo per non sfuggire ai propri dispiaceri, ma di accoglierli ed esprimerli attraverso la pittura; è attraverso il talento che Frida ha saputo ribellarsi a un dolore sordo, che avrebbe potuto invalidare non solo il suo corpo, ma anche il suo spirito, la sua tenacia, il suo sguardo sul mondo. Quindi il ritmo de La Casa Azul è incalzante e trascinante, il testo è consapevole e tagliente, perché i versi, che sono profondi e spigolosi, fanno sì che il racconto sia serrato. La Casa Azul è una carezza e uno schiaffo, il suono e le parole sfiorano e travolgono, le mani battono a tempo e gli occhi si circondano di una riga di pianto.

Il ritmo latino, il testo e l’intervento prezioso di Adriano Celentano raccontano con sensibilità e coscienza la storia di una artista rivoluzionaria e i luoghi più importanti della sua vita. Non a caso, dunque, il titolo del brano fa riferimento alla Casa Azul, in Messico, dove Frida ha vissuto fino alla fine dei suoi giorni e che, nel 1958, a quattro anni dalla sua morte, è diventata l’attuale Museo Frida Kahlo. All’interno, è possibile visitare la casa nella sua disposizione originale e scoprire alcune tra le sue opere più importanti, come Viva La Vida (1954), Il Marxismo darà salute agli infermi (1954) o Ritratto di mio padre (1951). Un titolo non a caso, perché la casa blu, dove l’artista ha vissuto, tra alti e bassi, insieme al marito Diego Rivera, rappresenta appieno il suo mondo interiore, il luogo dove tutto è iniziato, si è sviluppato ed è finito.

A proposito del matrimonio con Rivera, La Casa Azul racconta il sentimento totalizzante e distruttivo che ha legato Frida al marito, un amore che ha attraversato più di due decenni, ma che l’ha costretta a tanti momenti di sofferenza: «Ho disegnato un amore che sembra vero / Una pozzanghera illusa d’essere cielo / Ed una lacrima fine che non si può vedere / Una collana di spine la strada fatta insieme». Il dolore per l’assenza di un figlio (Frida non è riuscita a portare a termine ben tre gravidanze), la fuga dal Messico a causa della dura repressione nei confronti di coloro i quali facevano parte del Partito Comunista, dichiarato fuorilegge, gli anni a New York, l’amore per altri uomini e donne («Tentare un altro destino che vada più lontano»), la morte: La Casa Azul percorre con delicatezza tutta la storia di Frida, cita i suoi quadri, che di fatto sono la sua biografia, e ne restituisce un dipinto nitido e potente, originale e rispettoso. Il brano, nato dalla penna di Mengoni e Fabio Ilacqua, è il ritratto di una donna anticonvenzionale, simbolo di un femminismo ante litteram e di libertà. E, soprattutto, vuole essere un invito a saper trasformare il dolore in ciò che più ci avvicina al bene, alla bellezza, alla parte migliore di noi: Frida ha fatto, del suo tormento, il suo mestiere d’artista, ogni dolore sofferto è un’opera che ha superato persino la morte ed è rimasta nel tempo.

Come dicevo in apertura, uno dei versi più emblematici de La Casa Azul è «Può la bellezza trascinarci via, se l’arte è una bugia che dice la verità?». A questa domanda, ha già risposto Frida Kahlo, pochi giorni prima di morire a causa di un’embolia polmonare, a soli quarantasette anni. Dopo che le era stata amputata la gamba destra, a causa di una cancrena, l’artista aveva detto «Piedi, a cosa mi servono se ho le ali per volare?». La verità è tutta qui: la bellezza l’ha messa in salvo da ogni dolore, persino da quello più atroce, e l’arte, che per sua natura non è vera ma verosimile, le ha concesso un riparo, una speranza, un’altra vita. Le ha concesso di vincere la morte e restare in eterno.

Testo

Ecco il testo de La Casa Azul:

Il mondo sta sulla punta delle mie dita
Chiuso fra un letto, uno specchio, una gioia labile
Cosa hai dipinto para mí chiquita
Ho mescolato in silenzio colori e lacrime
Ed è un disegno che si confonde già
L’ombra di un segno che mi nasconde ma
Sento la notte che bacia i miei piedi
Anche se non la vedi
Sapessi il rumore che fa
Amare, odiare, lottare viva la vida
Là fuori il Messico urlava bestemmie e favole
Dentro la polvere il sangue della corrida
Il torre scuote la spada dalle sue scapole
Rosa dell’anima chiusa in un’armatura
Com’è che il sole sorride per la paura?
Può la bellezza trascinarci via se l’arte è una bugia
Che dice la verità?
Ho disegnato un amore che sembra vero
Una pozzanghera illusa d’essere cielo
Ed una lacrima fine che non si può vedere
Una collana di spine la strada fatta insieme
E la mia schiena bruciare la casa azzurra
La carne, il sangue, le vene della mia guerra
E disertare il cammino chiuso nella mia mano
Tentare un altro destino che vada più lontano
E ad ogni tela un’impronta delle mie dita
Nella mia bocca parole che non si dicono
Lungo la schiena il sudore della salita
L’avresti detto un destino così ridicolo
Come una stella che brilla spenta già
Quanta bellezza che arriva e passerà
Sento la notte che tocca i miei piedi anche se non la vedi
Se taci la senti, shh
Ecco il rumore che fa
Ho disegnato un amore che sembra vero
Una pozzanghera illusa che d’essere cielo
Ed una lacrima fine che non si può vedere
Una collana di spine la strada fatta insieme
Las flores, el hijo ausente
La cama roja, el cráneo enfrente
La suerte novia, el sueño roto
La niña hermosa y mi destino
La muerte
Las flores, el hijo ausente
La cama roja, el cráneo enfrente
La suerte novia, el sueño roto
La niña hermosa y mi destino
La muerte
Ho disegnato un amore che sembra vero
Una pozzanghera illusa che d’essere cielo
Ed una lacrima fine che non si può vedere
Una collana di spine la strada fatta insieme
E la mia schiena bruciare la casa azzurra
La carne il sangue le vene della mia guerra
E disertare il cammino chiuso nella mia mano
Tentare un altro destino che vada più lontano
Las flores, el hijo ausente
La cama roja, el cráneo enfrente
La suerte novia, el sueño roto
La niña hermosa y mi destino
La muerte
Las flores, el hijo ausente
La cama roja, el cráneo enfrente
La suerte novia, el sueño roto
La niña hermosa y mi destino
La muerte

Video

Ascolta qui La Casa Azul:

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Basilio Petruzza ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza. È uno scrittore e blogger, ha pubblicato due romanzi e ha un blog.
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