©Khromova Anna/Shutterstock

Foibe, una ferita aperta in un luogo magico che ispirò molte leggende e la penna di Jules Verne

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Estremo lembo orientale dell’Italia, una storia lunga e dolorosa, fatta di persecuzioni e conquiste di terreni e città. Una ferita ancora aperta del secondo dopoguerra, tra dittatura e un nemmeno tanto latente fascismo di confine, ma non tutti sanno che le foibe sono abissi carsici vero miracolo della Natura.

Dal latino fovea, le foibe sono gli inghiottitoi naturali tipici delle aree carsiche, profonde cavità oggi tristemente collegate ai fatti avvenuti nelle ex province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume, quando quegli inghiottitoi furono utilizzati per liberarsi dei caduti negli scontri tra nazifascisti e partigiani, e soprattutto per occultare le vittime delle ondate di violenza di massa scatenate, tra 1943 e 1945, da parte del movimento di liberazione sloveno e croato e delle strutture del nuovo Stato iugoslavo creato da Tito.

Oggi, 10 febbraio, è il giorno del ricordo. Ma delle foibe – quegli abissi di origine naturale che sprofondano per decine di metri nel sottosuolo del Carso, alle spalle di Trieste e di Gorizia (ma anche nei dintorni, in Istria e nel Carnaro), vogliamo ricordarci diversamente, attraverso le pagine belle di Jules Verne e le leggende ad esse collegate.

La Foiba di Pisino di Verne

È qui che il grande scrittore francese ambienta il suo Mathias Sandorf, romanzo di avventura inizialmente pubblicato in serie sulla rivista Les Temps e poi pubblicato in testo unico nel 1885 da Pierre-Jules Hetzel.

Tra isole e crittogrammi, apparecchiature futuristiche cui Verne ci ha abituato e un eroe solitario in cerca di vendetta, il padre della fantascienza, calò questa storia tra la Foiba di Pisino e il Canale di Leme (Limski kanal). Per fare ciò, si servì delle descrizioni dettagliate di un altro scrittore e viaggiatore francese, Charles Yriarte, e di alcune fotografie inviategli dall’allora sindaco di Pisino Giuseppe Cechi.

La foiba di Pisino, chiamata semplicemente “Foiba” (in croato Fojba), è un abisso profondo 100 metri e largo circa 20. Si apre ai piedi del Castello di Montecuccoli e vi si immette l’omonimo torrente (in croato Pazincica). Ad oggi, è un sito paesaggistico di rilievo tutelato dalla legge comprendente il canyon e l’inghiottitoio della Foiba e la parte sotterranea lunga 270 metri.

Le prime esplorazioni speleologiche cominciarono sul finire dell’800, quando lo speleologo Alfred Martel ne fece il primo disegno, successivamente negli anni ’60 del secolo scorso Mirko Malez realizzò un disegno più accurato.

L’entrata nella grotta si trova sotto un dirupo alto quasi 200 metri sul quale oggi sorgono le case di Pisino. Vi si accede attraverso una cavità alta e larga sovrastata da un soffitto semicircolare. Il canale sotterraneo si estende in direzione sud ovest restringendosi ed allargandosi creando una lunga e larga sala dove si trova un lago a sifone meglio, il lago di Martel.

Un insolito gioco della natura ha ispirato proprio la fantasia di Jules Verne che ha trascinato i suoi personaggi, il conte Mathias Sandorf e i suoi amici Ethienne Bathory e Ladislav Zathmar, attraverso avventure nella fortezza di Pisino e nel torrente Foiba, che passava proprio al di sotto del luogo della loro prigionia. Un lungo e difficile tragitto in violente acque che li portano nel paese di Rovigno. Ma non finisce lì: con l’abilità tipica di Verne, la descrizione di una Trieste ottocentesca e poi delle cave naturali, lasciano viaggiare e immaginare un meraviglioso luogo senza paragoni.

E la leggenda

Secondo la tradizione popolare, questa penisola croata un tempo era abitata anche da alcuni giganti. Tra loro, c’era Dragonja, un gigante buono, generoso e pronto ad aiutare tutti. Quando gli uomini lo pregarono di aiutarli ad irrigare la terra del versante meridionale della penisola, arida e priva di fonti d’acqua, il gigante corse ad attaccare il suo enorme aratro ad un giogo di buoi. Solcò così la terra creando un canale dal lago al mare. Eccolo: il fiume Dragonja (Dragogna) secondo leggenda sarebbe nato proprio così.

Subito dopo, il gigante solcò anche un secondo canale e creò il letto di quel fiume Mirna (Quieto), che chiamò come sua moglie. Ma il terreno inaccessibile, la roccia carsica e le depressioni tutt’attorno non gli permisero di scavare in profondità come avrebbe voluto e quando arrivò nel cuore dell’Istria, proprio a Pisino, il capitano reggente dalle mura del castello lo accusò a gran voce di non aver svolto bene il proprio lavoro.

Sentitosi accusato, Dragonja andò su tutte le furie e cacciò i buoi. In quell’istante, l’acqua iniziò a scorrere per il solco incompiuto e a riempire la conca di Pisino. La gente del borgo, temendo le conseguenze di un’alluvione, pregò allora il gigante affinché intervenisse salvandola da morte certa.

Oggi è possibile visitare “l’opera del gigante Dragonja” con un’avventura speleologica che, partendo dal Castello di Pisino, s’inoltra nel misterioso mondo sotterraneo della Foiba di Pisino. Il sito è aperto ai turisti tutto l’anno (prenotazione obbligatoria).

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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