economia della abbastanza

Siamo abituati ormai a leggere le opinioni di economisti che profilano tempi bui e sacrifici, riforme da "lacrime e sangue" per mantenere sotto "controllo" i conti dello Stato e "prospettive di crescita" che cambiano di giorno in giorno in base agli umori del mercato. Quando un'economista, per di più donna, se ne esce con un libro intitolato "Economia dell'Abbastanza" (in edicola dalla fine di maggio in Italia per Edizione Ambiente) in cui al contrario i termini più usati sono fiducia, valori etici, felicità, riforme e soprattutto futuro, è ovvio che lo scarto si sente.

Diane Coyle è una signora sulla cinquantina, capelli corti e viso spartano, accento tipicamente inglese e compostezza da studiosa attenta e impassibile. Un'immagine quasi rigida che non lascia trapelare quel tocco umano con cui riesce a raccontare la crisi di questi ultimi anni e soprattutto a cercare di inquadrarne le possibili soluzioni. La sua è una narrazione semplice e immediata, a partire dal titolo. "Economia dell'abbastanza" è l'economia riportata ai suoi concetti originari, dove la misura dell'efficienza viene calcolata sulla capacità di gestire risorse scarse e dare a tutti qualcosa.

Chi parla non è un'ecologista incallita, né una filo-comunista in ritardo sui tempi. Diane Coyle si definisce piuttosto un'economista illuminata (Enlighted economics è anche il titolo del suo blog). Lo evidenzia a partire dal sottotitolo quasi rivoluzionario del libro "Gestire l'economia come se del futuro ci importasse qualcosa", in altri termini "far sì che le politiche dei governi e le azioni degli individui e delle imprese private siano più utili a tutti nel lungo termine, e assicurarci che le conquiste del presente non siano raggiunte a spese del futuro."

Diane Coyle

Sostenibilità è la parola chiave. Ma non solo intesa in termini consueti. "Siamo abituati a parlare di uso sostenibile delle risorse ambientali, ma un discorso simile può essere fatto anche per il mondo economico e finanziario che negli ultimi decenni ha mal gestito le sue risorse producendo disuguaglianze e mettendo in discussione la fiducia tra le persone" dice la Coyle.

La scarsità delle risorse costringe a pensare ai rapporti di forza tra i paesi, tra i soggetti e le classi sociali e dunque tra le generazioni. Quello compiuto dalla Coyle in questo libro è un tentativo di allungare la prospettiva con cui siamo abituati a guardare la crisi in corso, cercando di far rientrare nel discorso collettivo non solo la risoluzione immediata dei problemi, ma anche la definizione di un percorso in grado di contemplare il futuro dei figli. Scrive Coyle: "la politica ha bisogno di nuovi criteri, e deve garantire che le generazioni future abbiano almeno i nostri livelli di benessere e le nostre possibilità di scelta."

Economia-abbastanza

Un primo passo fondamentale per raggiungere questo obiettivo è misurare la ricchezza oltre al Pil o al reddito, includendovi il capitale naturale. Diane Coyle fa parte di quella schiera sempre più numerosa di economisti disposti a mettere in discussione i parametri che fino a oggi hanno decretato la ricchezza di una Paese e trovarne di nuovi. Il fondamento da cui parte è empirico e presuppone che non c'è effettiva proporzione tra crescita del PIL e felicità. "Dovremmo considerare una gamma più ampia di indicatori". E magari farli scegliere dalle persone stesse. Come si è tentato di fare in Uk o in Australia con il Measuring Australia's Progress (MAP) () nel quale rientrano quattro categorie di criterio: individui, economia, ambiente e vita della collettività.

Misurare, quindi, per avere parametri di riferimento concreti che sappiano restituire il sentimento della popolazione. Ma non solo. La Coyle insiste su un altro elemento cruciale che ammala il nostro tempo compromettendone il futuro. La ricerca continua della crescita spesso fondata su politiche di rigore conduce a modelli di pressione fiscale che tendenzialmente vanno a pesare sui più deboli. Il linguaggio dei sacrifici ha preso il sopravvento, esasperando situazioni di ingiustizia. "Che dipenda o meno dalla maggiore disparità, in molti paesi ricchi si è verificata una drammatica perdita di fiducia, di coesione o di "capitale sociale" come viene a volte chiamato".

Sappiamo che dobbiamo pagare più tasse, che dobbiamo consumare di meno, che dobbiamo lavorare di più e andare in pensione più tardi. Ma con quale spirito se attorno a noi ci sono manager che vengono super pagati per far fallire le banche o per aver raggiunto obiettivi aziendali di dubbia natura? La Coyle non si tira indietro di fronte alle ragioni di certe derive populiste o anti-politiche, al contrario le guarda con interesse e cerca di trovarne un fondamento: "essere pagati dieci o anche cento volte di più significa distruggere qualsiasi senso di partecipazione al raggiungimento dei risultati rispetto a chi si trova alla base della piramide, che finirà per deresponsabilizzarsi pensando: lasciamo che a preoccuparsi di come vanno le cose siano quelli che hanno stipendi multimiliardari".

L'innovazione tecnologica ha contribuito molto a fornire strumenti per favorire forme di partecipazione sociale dal basso e sulla base di questo patrimonio ormai accessibile a buona parte della popolazione si può pensare a un coinvolgimento effettivo della gente nella riorganizzazione dei processi e nella costruzione di riforme strutturali che appaiono ormai indispensabili. E' lì, nella gente, che si devono ritrovare fiducia, coesione e solidarietà. Sono questi i valori su cui Diane Coyle fonda una rinascita della società, gli unici che possono compensare a una riqualificazione dei bisogni e dei desideri che ci è inevitabilmente richiesta dal periodo storico ed economico nel quale viviamo.

Pamela Pelatelli

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