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Andando a un concerto vi sarà capitato di notare l’intricata ragnatela di fili che scende dal palco, termina in ciabatte lunghissime, si attacca a prese ancora più grandi. Fare musica, a meno che non sia attorno a un falò in una spiaggia, è un affare da migliaia di kilowatt di energia. I musicisti ne sono consapevoli. E proprio da loro oggi vengono numerosi esempi di sensibilità nei confronti della questione ambientale, cui non mancano azioni concrete per limitare l’impatto delle proprie canzoni.

Studi di produzione che si convertono al fotovoltaico, band piccole e grandi che selezionano le sale in cui registrare anche in base all’emissione di Co2, musicisti che auto producono stanze alimentate in maniera off-grid o che addirittura costruiscono studi a impatto zero.

Partiamo dagli Stati Uniti.

A New York la più ampia superficie privata coperta da pannelli solari si trova sui tetti del Brodway Stages, il centro di produzione cinematografica e televisiva di New York (qui vengono prodotte alcune delle più note serie tv del canale CBS) che con questo sistema alimenta la corrente necessaria per i 7 sound stages. Un’operazione i cui risultati sono stati calcolati in 100mila dollari di risparmio e 360 tonnellate di Co2 non emesse (equivalente a 8500 alberi piantati in città).

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Nel 2004 i Cake, band californiana diventata nota al grande pubblico per la magnifica cover di I will survive, acquistano una casa a Sacramento che nel tempo convertono a studio di registrazione alimentato da un sistema fotovoltaico. Il loro impegno è tale al punto da aver dichiarato che l’ultimo lavoro in uscita Showroom of Compassion è stato prodotto usufruendo interamente di energia solare.

Il Treesound Studio di Atlanta, famoso per aver fatto echeggiare voci come quella di Whitney Houston e Outkast and the Roots, rende pubblici i propri consumi in termini di energia solare attraverso il sito web e dice di far viaggiare i propri ospiti con un automobile alimentata a biodiesel.

TREE-SOUND-STUDIOS

Anche Jack Johnson, l’ex surfista hawaiano che da qualche anno ha abbandonato la tavola per abbracciare la chitarra, ha aperto un suo studio a Los Angeles in cui alimenta mixer e amplificatori tramite un sistema di pannelli fotovoltaici.

Gli europei non sono da meno, però.

The premises è il nome di uno degli studi del circuito indie londinese. Ci ha suonato gente come The Klaxons e Bloc Party. Hanno 18 pannelli solari applicati sul tetto dello stabile che alimentano il circuito interno. Ci ha registrato anche Joycut, la band bolognese che si definisce ecowave, attenta all’impatto ambientale di ogni sua nota.

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Tra i nostrani, Pierò Pelù qualche anno fa ha dichiarato di far funzionare il suo personale studio di registrazione a solare. “Un modo per riuscire a produrre le proprie idee cercando di avere meno impatto possibile sull’ambiente circostante” ha detto. Non solo. Pelù ha anche aggiunto che l’energia prodotta dal sole nelle ore diurne è più stabile e quindi più sicura per amplificatori e strumenti.

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Sul filone dell’autoproduzione, ancora meglio di Pelù ha fatto il musicista australiano MonkeyMarc, produttore e dj che ha realizzato il suo studio usando materiali riciclati oltre che pannelli solari: merci per navi, strumentazione musicale di seconda mano, un pavimento che è in realtà il parquet di un palazzetto dello sport in disuso.

monkey_marc

Degna di nota anche l’azione intrapresa dai Motel Connection, il progetto parallelo condotto dal cantante dei Subsonica, Samuel, che mira soprattutto a sensibilizzare il pubblico. Attraverso un progetto integrato di comunicazione dal nome volutamente ambiguo H.E.R.O.I.N., la band ha prodotto un video gioco contenuto nel cd e un fumetto edito dalla casa editrice Verde Nero, in collaborazione con il Politecnico di Torino. L’obiettivo: diffondere i principi dei processi sistemici in cui viviamo e per i quali ogni azione compiuta può essere assorbita e trasformata in altro che sarà risorsa per qualcun altro. Così come la natura (ma a pensarci bene anche la musica) fa da secoli.

Pamela Pelatelli

 

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