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Non è il tipo di abbigliamento che scatena la violenza sessuale. È questo il messaggio che vuole lanciare la mostra ‘What were you wearing’, ovvero ‘Com’eri vestita’: 18 capi d’abbigliamento che mostrano una mentalità piena di pregiudizi.

Stupri e in generale le violenze sulle donne sono una triste cronaca che campeggia di frequente nelle pagine dei quotidiani, ma altrettanto spesso, c’è qualcuno che commenta: 'Ma com’era vestita', 'Cosa si era messa addosso', 'E per forza vestita così'.

Chiariamo innanzitutto, che non è il guardaroba a scatenare la violenza e che chiunque, sia egli uomo o donna, deve sentirsi libero di vestirsi come meglio crede, senza dover fare i conti con la paura. Purtroppo però, stereotipi e pregiudizi si sprecano e sono in tanti a giustificare uno stupro dietro una minigonna o una maglietta scollata.

Adesso una mostra mette davanti agli occhi la realtà. Con What were you wearing organizzata dall’Università del Kansas e ideata da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale,  l’uno accanto all’altro ci sono 18 capi d’abbigliamento.

Per ogni abito, c’è una targa che racconta la storia di violenza ad essa collegata, tutte testimonianze reali raccolte dagli studenti del Midwest, chiaramente non sono gli stessi vestiti indossati durante lo stupro, ma quelli che si avvicinano di più alla descrizione fatta dalle vittime.

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«T-shirt e jeans. È successo tre volte nella mia vita, con tre persone diverse. E ogni volta avevo addosso t-shirt e jeans», racconta uno dei cartelli.

«Un prendisole. Mesi dopo mia madre, in piedi davanti al mio armadio, si sarebbe lamentata del fatto che non lo avevo più messo. Avevo sei anni», rivela un’ex bambina dall’infanzia violata.

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Ci sono così magliette, pantaloni, maglioni, vestiti, jeans e perfino capi informi. Insomma, capi quotidiani che si possono trovare in qualsiasi armadio.

“Vogliamo che le persone possano vedere se stesse riflesse nelle storie, negli abiti L’obiettivo della mostra è quello di far comprendere alle vittime che non è stata colpa loro”, spiega Jen Brockman.

Proprio perché davanti a uno stupro non ci si deve accanire contro la vittima, ma i riflettori devono essere puntati sul carnefice.

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Della violenza subita dalle donne ne abbiamo parlato qui:

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La mostra sta facendo il giro del web per sdoganare quel pregiudizio che sembra non morire mai, ovvero che in qualche modo con il proprio abbigliamento, la vittima se l’è cercata. E allora qui il sunto è uno: non importa se indossi una tuta o un vestitino corto, perché davanti ad una violenza non possono esistere scusanti.

Dominella Trunfio

Foto: Università del Kansas

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