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Realizzare una piccola opera d’arte a partire da terra e sabbia, e dalle impurità e dalla sporcizia che spesso contengono: è quello che ha fatto la designer canadese Marian Bantjes, che ha utilizzato a questo scopo i materiali raccolti nel corso dei suoi viaggi in giro per il mondo. E il risultato – un poster creato per Alliance Graphique International, sul tema della “Coesistenza” - è davvero particolare e interessante.

C’è chi, nel corso dei propri viaggi, acquista souvenir, chi scatta migliaia di foto e chi, come appunto Marian Bantjes, raccoglie sabbia e terra. Grazie ai viaggi intrapresi negli ultimi sei anni, spesso per seguire conferenze, la designer ha mano a mano creato un’ampissima collezione di suoli diversi, di consistenze e composizioni varie, raccolti in piccoli vasi di vetro.

“Raccolgo sabbia e sporco in giro per il mondo.” – scrive Banjes, raccontando il suo lavoro – “L’ho fatto per diversi anni, in attesa del progetto adatto in cui impiegarli. E questo è il progetto giusto. Lo sporco proviene da Sudafrica, Brasile, Argentina, Tailandia, New Mexico, California, Georgia, Filippine, Francia, Isola di Bowen, Isola di Galiano e altri luoghi che al momento non ricordo. Tutti quelli che hanno visto il mio poster menzionano i disegni di sabbia tibetani. Non sono così abile, e la mia sabbia è grumosa e irregolare... non posso davvero dire di aver pensato al Tibet, quando ho realizzato il poster. Si tratta, semplicemente, di Coesistenza.”

Solo una parte dei materiali raccolti negli ultimi anni da Banjes è stata utilizzata nel poster, che ha richiesto un lavoro lungo e certosino, a mano, per “addomesticare” granelli e grumi (ricorrendo, quando necessario, anche a mortaio e pestello) e collocarli all’interno della composizione.

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Per prima cosa, l’artista ha disegnato a matita il decoro, che utilizza forme geometriche e lettere e che ricorda proprio la tradizione dei mandala; quindi, partendo dall’angolo in alto a sinistra e scendendo progressivamente verso quello in basso a destra, Banjes ha riempito il disegno con le sue sabbie e le sue terre, studiando le soluzioni migliori per far coesistere consistenze e caratteristiche tanto difformi.

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Come accade con i tradizionali mandala tibetani, i diversi componenti del decoro non sono stati incollati sulla superficie: dopo aver completato la composizione, Banjes l’ha fotografata e poi ha pulito via sabbia e terra, distruggendo l’originale e affidandone il ricordo solo alla pellicola.

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Lisa Vagnozzi

Photo Credits: Marian Banjes

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