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Da Trieste a Nizza, usando solo le gambe e i mezzi pubblici. Un percorso tra due mari, dall'Adriatico al Tirreno in mezzo alla natura incontaminata, con la cornice naturale delle montagne e delle valli. Un modo diverso di vivere la montagna in maniera naturale, vera e responsabile.

Gian Luca Gasca ha coperto il 70 per cento del suo percorso usando i mezzi e la parte restante camminando per i sentieri. Un tour alla scoperta delle bellezze paesaggistiche delle Alpi, partito il 15 giugno 2015 da Trieste e conclusosi a Nizza, dopo 80 giorni di viaggio attraverso tutto l'arco alpino, percorso da est a ovest.

Sono state circa cento le cittadine attraversate da Gasca, tra cui 4 Perle delle Alpi e 7 proclamate Città alpina dell’anno. Durante il suo viaggio, raccontato passo passo nel suo blog Montagne digitali, il ragazzo ha raccontato la storia attraverso i luoghi, ripercorrendo le località che ancora dopo quasi un secolo portano i segni della Prima Guerra Mondiale.

Durante il suo cammino ha visitato anche sei parchi naturali: il Parco dello Stelvio, il Parco Naturale Adamello Brenta, il Parco Nazionale del Tricorno, il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il Parco delle Dolomiti Friulane e il parco delle Alpi Marittime.

Gli abbiamo chiesto di condividere con noi e con voi lettori i dettagli e le emozioni del suo splendido tour.

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Gianluca, perché proprio le Alpi?

L’idea di questo viaggio nasce dalla lettura del libro di Paolo Rumiz “La leggenda dei monti naviganti” che nella sua prima parte racconta una traversata delle Alpi compiuta dall’autore. Nel suo percorso Rumiz parte da Trieste e arriva a Nizza, raccontando la sua esperienza ed il suo incontro con la nostra catena montuosa di confine. Durante la lettura notavo che qualcosa non quadrava, alcuni aspetti delle Alpi non coincidevano più con l’attuale realtà alpina che, nel frattempo, era stata colpita da un duro spopolamento e da un ricambio generazionale. Ricambio che oggi guarda sempre più verso valle invece che verso monte.

Dopo questo primo pensiero avevo accantonato l’idea di attraversare le Alpi come attività troppo dispendiosa dal punto di vista economico e temporale poi, durante il mio annuale trekking intorno al Monviso, è tornata a farsi largo nella mente l’idea di percorrere le Alpi. Durante i tre giorni del trekking ho osservato le persone intorno a me, il loro atteggiamento, il loro rapporto con la montagna ed ho trovato in loro una nuova motivazione per imbarcarmi in questo progetto. Progetto che a questo punto assumeva una forma più evoluta. Al rientro avevo ben chiaro ciò che volevo fare: percorrere le Alpi da Trieste a Nizza per poterle osservare prima che cambiassero del tutto e, magari, realizzare il mio sogno di poter vivere di montagna.

Questi i due motivi principali che mi hanno portato a scegliere le Alpi, ma non nego di avere in testa l’idea di percorrere gli Appennini, montagne spesso trascurate ma ricchissime di storia e cultura.

Hai scelto di viaggiare da solo, ci spieghi perché? E come si sopravvive in montagna in solitudine?

Da buon montanaro sono sempre stato una persona solitaria. Con questo non intendo dire che non cerco mai interazioni sociali ma che ogni tanto ho bisogno di prendermi i miei spazi di isolamento. Quattro o cinque anni fa ho iniziato, per necessità, a frequentare la montagna in solitudine. Praticare la montagna in gruppo è bello ma essere lassù da solo è tutta un’altra storia. È una sensazione difficile da spiegare ma quando sono da solo su una cima o “in mezzo al nulla” ho tutto un altro rapporto con l’ambiente, con le difficoltà e con me stesso.

Attraversare le Alpi in solitaria, due mesi da solo sulle montagne. La solitudine del viaggio era il metodo migliore per permettermi di inserirmi all’interno della cultura locale: in gruppo si ha sempre la possibilità di interagire, mentre quando si è soli o si parla con chi si incontra o ci si ritrova a non interagire con nessuno a non scambiare esperienze e quindi a perdere un punto chiave del nostro essere umani.

Per tanto tempo prima di partire mi sono domandato come avrei passato i due mesi di viaggio da solo e la risposta è arrivata solo quando sono partito. Nelle prime due settimane mi sono trovato ad essere completamente isolato e ad interagire pochissimo con altre persone. Era metà giugno e la stagione doveva ancora iniziare. Sono stati i giorni più difficili, quelli in cui ancora ci si deve abituare. Ricordo che una sera, la seconda notte nei locali invernali dei rifugi ancora chiusi, ho pensato con un po’ di malinconia “Sono almeno 48 ore che non parlo”. Questo viaggio è stato la dimostrazione che si può trovare una solitudine estrema anche in un ambiente così fortemente antropizzato come le Alpi.

Per quanto riguarda invece il “sopravvivere in solitudine” è difficile dare una risposta perché dipende da come ognuno di noi reagisce alla mancanza di compagnia. È un aspetto soggettivo a cui credo però ci si possa abituare con il tempo, com’è successo a me.

Com'è nata l'iniziativa?

Una volta decisi quelli che dovevano essere i punti chiave del progetto, la prima cosa da capire era come realizzarlo. Solo per me stesso o renderlo pubblico? Raccontare la mia storia, la mia traversata, al pubblico oppure no?

Presa questa scelta fondamentale ho iniziato a ricercare alcuni partner che mi potessero aiutare nella realizzazione. Non cercavo partner economici ma mediatici e che mi aiutassero a reperire le informazioni necessarie per costruire un percorso interessante. Detto questo ho inviato due paginette di presentazione al CAI centrale – partner per me fondamentale – da cui non ho ricevuto comunicazioni per molto tempo, fino a metà luglio 2014. Non volevo realizzare questo viaggio da Trieste a Nizza senza il CAI, per me era fondamentale che il Club Alpino Italiano fosse dalla mia parte nella realizzazione di questa traversata. É per questo che sono stato felicissimo nel sentire al telefono Carlo Alberto Garzonio, presidente del Comitato Scientifico Centrale del CAI, che a metà luglio mi diceva due semplici parole “devi farlo”.

Quel giorno per me è iniziato il viaggio di questo progetto che ho battezzato Montagne Digitali, come ancora si chiama il mio blog. Sei mesi alla ricerca di luoghi, sentieri, montagne, storie e persone che alla fine si sono concretizzate in due mesi di viaggio raccontato attraverso il mio blog e le pagine de La Stampa.

Quali sono state le tappe principali?

Sicuramente Trieste e Nizza, inizio e fine del mio viaggio. La seconda aveva un significato puramente simbolico, non mi interessava. Al contrario la prima aveva, oltre al significato simbolico, un carico di storia che volevo scoprire e raccontare. Una storia legata dalle guerre che hanno coinvolto o sfiorato il paese che ha come contenuti l’alpinismo e le mille sfaccettature della società triestina.

Sono poi tornato in un luogo a me caro delle Alpi, le Dolomiti che ho finalmente potuto esplorare con maggior attenzione. Un mondo, quello dolomitico, difficile da descrivere in modo generale perché ogni angolo ha le sue caratteristiche, i suoi frequentatori e le sue cime. Caratteristica che però accomuna le diverse aree è il colore lunare della roccia.

Vista dalla trincee italiane di Caoria

Vista dalla trincee italiane di Caoria

Sono state poi fondamentali le tappe nel Parco del Tricorno e quelle valdostane, dalla Val D’Ayas a Gressoney, dove ho imparato a sopportare la solitudine.

Molte tappe che invece ho sempre ritenuto superflue prima di partire si sono rivelate alcune delle migliori scelte del mio viaggio, luoghi dove ho potuto scovare tracce di una montagna ancora autentica, come la Valpelline.

Durante il tuo cammino hai incontrato tante persone, giovani, anziani, abitanti delle valli e delle montagne. Qual è la storia che più ti ha colpito?

Ho ascoltato tantissime storie durante questo viaggio, alcune per caso, altre perché andavo a ricercarne le tracce ed i protagonisti.

Tutte le storie che ho raccolto sono state interessanti e hanno contribuito a rendere il mio viaggio attraente ma, se proprio devo scegliere, sono due le storie che mi sono rimaste dentro segnando due momenti particolari della traversata.

Sono due incontri avvenuti a pochi giorni l’uno dall’altro, il primo a Pinzano al Tagliamento, dove ero ospite del comune e dove mi era stato affidato un esperto di storia locale, Remigio, che mi avrebbe raccontato le radici e le sfaccettature del paese. Pinzano è stato uno dei molti centri ad essere stato colpito dal terremoto del Friuli e il mio Cicerone si trovava a Pinzano quel giorno. È stato il mio primo incontro con chi è sopravvissuto ad una catastrofe e in più Remigio, ottimo oratore, sapeva rendere molto bene quei momenti.

Remigio e di sfondo il Tagliamento

Remigio e sullo sfondo il Tagliamento

Il secondo invece è stato a Casso, frazione del comune di Erto – paese dello scultore Mauro Corona –, abitato che si affaccia sul Monte Toc ed in cui si può respirare il vuoto sterile che ha lasciato la tragedia del Vajont. Qui a Casso ho cercato i superstiti alla tragedia, volevo un racconto diretto, una storia vera ed autentica dell’accaduto. Nel mio ricercare ho incontrato Marcella Mazzucco, insegnante di lingue che nel 1963 aveva solo 8 anni ed ha vissuto in diretta quegli istanti perdendo tutto. “Hai la consapevolezza del niente che attraversa la nullità” mi aveva detto prima di salutarmi.

Con Remigio sono ancora in contatto, ogni tanto ci sentiamo al telefono.

Quale sarà il tuo prossimo viaggio? È vero che questa volta punti a visitare tutte le Perle delle Alpi?

Ci sono tante idee, vorrei andare in tanti luoghi del pianeta ma ovviamente bisogna essere pratici, anche se sognare non fa mai male. Per ora sto lavorando ad una “spedizioneestera, un bel progetto di cui parlerò più avanti.

L’anno prossimo sarò invece in giro per l’Italia, prima scalando tra gli Appennini e le Alpi in compagnia di un amico e dopo, come hai giustamente anticipato nella domanda, viaggerò di Perla in Perla.

Visitare tutte le Perle delle Alpi sarebbe bello, magari realizzando una guida. Sicuramente un’idea da proporre a Giovanni. Durante la prossima estate invece visiterò alcune Perle per trarne un altro racconto di mobilità sostenibile e di realtà “green” alpine.

Francesca Mancuso

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