Coca-Cola: non basta il tappo della bottiglia che non si stacca quando riempi il mondo di plastica

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Quando sei responsabile del rifiuto più trovato sulle spiagge, non basta un tappo di plastica che non si stacca per redimersi. Fa amaramente sorridere. La Cola Cola si dichiara ora improvvisamente "amica dell'ambiente", ma noi abbiamo molto più da dire rispetto a chi riprende col copia incolla il comunicato della multinazionale, che presenta questa iniziativa come sensazionale

Non siamo soliti pubblicare notizie su Coca-Cola, è nell’elenco delle aziende che generalmente ignoriamo (con cui ci siamo sempre rifiutati di collaborare, al contrario di qualche nostro esimio “collega” che si auto annovera tra i media green). Ma quando la multinazionale ha inviato un comunicato dai toni fantasmagorici, sul lancio di un tappo di bottiglia che rimane attaccato alla bottiglia “per motivi ambientali”, ci dispiace, il nostro sangue ha ribollito.

“Tutte le bottiglie di Coca‑Cola, compresi i tappi, sono riciclabili al 100% da molti anni, ma non tutte vengono riciclate. I tappi di bottiglia vengono spesso scartati e sparpagliati. Il nuovo design significa che il tappo rimane collegato alla bottiglia dopo l’apertura, riducendo la possibilità che venga sporcata e offrendo comunque ai consumatori un’esperienza di consumo positiva”, scrive Coca-Cola.

La multinazionale ha in realtà attuato una normativa che sarà di fatto in vigore dal 2024, ma ciò non toglie che ci sia lo zampino del classico ambientalismo di facciata.

C’è puzza di greenwashing…

Beh, non fraintendeteci, una migliore riciclabilità è una buona cosa, a partire dai tappi. Ma queste operazioni rimangono di facciata. E il rischio è quello di incappare nel greenwashing, la pratica secondo cui mi vesto da paladino dell’ambiente e faccio vedere al mondo intero cosa sono capace di fare usando un paio di parole giuste al momento giusto: plasticariciclata, per esempio. E così sono convinto di fare il botto e guadagnar quattrini “lavandomi col green” che fa sempre moda.

Che pure capita, eh. Il botto, intendiamo. Nell’abbaglio generale del consumatore meno attento ci sta anche che le vendite aumentino proprio perché il mio marchio si è “lavato e vestito” col green.

Greenwashing, appunto.

Ma non abboccano tutti e se Coca-Cola sente il bisogno di farlo e lo fa con tutte le buone intenzioni, rimane pur sempre il maggiore inquinatore di plastica al mondo. E se altri sentono il bisogno di collaborare con marchi simili, fatti loro. Noi, di contro, vi precisiamo una cosa: abbiamo sempre rifiutato, e continueremo a farlo, collaborazioni di tale portata.

Di casi di greenwashing, invece, continueremo a denunciarne. Ne va della nostra etica e della nostra coerenza. E non solo da un punto di vista ambientale (eccessivo consumo di plastica in primis ma anche tanta tanta acqua per la cui concessione la multinazionale paga cifre davvero irrisorie), ma anche da altri punti di vista, morali e di salute innanzitutto.

Problemi di etica e di salute

Perché morali? La Coca-Cola è la più venduta al mondo: circa due miliardi di bottiglie al giorno e 500 marchi distribuiti in 200 Paesi. Come si arriva a questi numeri? Beh, basti pensare che il marchio è da decenni al centro di azioni di boicottaggio per la violazione dei diritti umani degli operai che lavorano nelle fabbriche.

Violazioni che partono dallo sfruttamento delle falde acquifere, che prosciugano nel vero senso della parola i territori (dove, tra l’altro, la multinazionale non si risparmia in iniziative sociali e progetti con finalità filantropiche), e finiscono nelle industrie con la manodopera a basso costo, passando per le tasse che pagano a un minimo imbarazzante (e sedi in paradisi fiscali).

Perché di salute? Bevande zuccherate e gasate non sono ciò di cui abbiamo bisogno. Causano aumento di peso e obesità, oltre a diabete e problemi cardiocircolatori.

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Uno non può redimersi e tentare di imboccare la via del produttore sostenibile? Certo che sì, ma Coca-Cola, ahinoi, ha ancora tanta strada da fare.

E con ciò torniamo a quanto dicevamo prima.

La vera rivoluzione nel riciclo della plastica

Nell’estate del 2019 Coca-Cola si era detta intenzionata ad allontanarsi dalla lobby dei produttori di plastica degli Stati Uniti, dopo essere stata definita nel 2019 l’azienda che produce, appunto, più rifiuti di plastica al mondo dall’associazione Break Free from Plastic.

Triste realtà se si considera che, purtroppo, la Coca-Cola non produce numeri esigui di bottiglie in plastica, bensì circa 3 milioni di tonnellate all’anno, vale a dire circa 200mila bottiglie al minuto per un totale di 100 miliardi l’anno.

E, signori, rappresenta ancora il primo produttore al mondo di rifiuti di questo materiale.

Insomma, ci sarebbe piaciuto molto di più, e avremmo usato tutti altri toni, se una multinazionale di questo calibro, che ricordiamo produce il rifiuto abbandonato più trovato al mondo, avesse avuto voglia di fare un reale passo in avanti. Per esempio con la raccolta incentivante (postazioni che regalano sconti e buoni in cambio delle bottiglie conferite, magari da piazzare sulle spiagge). O puntando pienamente e in tutto il Pianeta sui depositi cauzionali e il vuoto a rendere.

In alcuni Paesi di Europa, per esempio, Coca-Cola e altri produttori di bevande hanno aderito a  un sistema funzionante: si paga un deposito quando acquisti una bottiglia o una lattina di alluminio e ricevi il deposito quando lo restituisci. Funziona: in Norvegia, ad esempio, nel 2018, il rapporto di restituzione delle bottiglie riutilizzabili era del 95% e le lattine di alluminio sono state restituite in oltre il 98% di tutti i casi .

Dopo essere stato restituito, l’imballaggio viene riutilizzato in alcuni casi, o riciclato in altri.

Congratulazioni, Coca-Cola, per il tuo tappo che non si stacca, ma come azienda sai che ci sono soluzioni migliori e, se lo desideri, potresti mettere in atto sistemi per portare i tassi di riciclaggio a oltre il 90%, facendo qualcosa che conta davvero, piuttosto che scrivere “Coca-Cola Gran Bretagna fa un altro passo verso un Mondo Senza Rifiuti per le bottiglie in PET”, quando sappiamo tutti che, di fatto, non è vero.

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Caporedattore di greenMe. Dopo una laurea e un master in traduzione, diventa giornalista ambientale. Ha vinto il premio giornalistico “Lidia Giordani”, autrice di “Mettici lo zampino. Tanti progetti fai da te per rendere felici i tuoi amici a 4 zampe” edito per Gribaudo - Feltrinelli Editore nel 2015.

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