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Volenti o nolenti gli smartphone e i social media sono il pane quotidiano di bambini e adolescenti. Il loro uso smodato, a fasi alterne , viene osannato o criticato. Un interessante articolo di Jean M. Twenge, però arriva a conclusioni allarmanti.

Jean M. Twenge è una docente di psicologia all’Università di San Diego, che ha scritto un interessante articolo sulla rivista Atlantic sull’uso a volte smodato che si fa degli smartphone e le loro conseguenze. L’articolo riprende una ricerca più ampio del libro di Twenge, dove l’autrice, sostiene che gli adolescenti sarebbero sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale e tutto ciò è riconducibile all’uso dei cellulari.

Parole che non potevano portar con sé una pioggia di critiche, ma c’è da dire che Twenge argomenta bene le sue motivazioni e in nessun caso, sostiene che bisogna tornare al mondo di qualche generazione fa.

Piuttosto il punto è un altro: l’uso dei cellulari è positivo e negativo allo stesso tempo. I cosiddetti “Millennials”, che sono coloro che sono nati tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, vengono considerati come una generazione individualista. Ma non lo dice solo la psicologa, ma anni e anni di ricerche sul tema.

La stessa Twenge ne ha condotto una sua personale dopo aver parlato con Athena, una ragazzina di 13 anni di Houston che le ha detto di aver passato la maggior parte della propria estate da sola in camera a parlare in chat con i propri amici.

Un’estate virtuale insomma. E Twenge, dice di non aver mai visto niente di simile prima d’ora e anche se lei si occupa degli adolescenti americani, anche quelli europei non sono lontani da questo identikit. L’anno di svolta sarebbe stato il 2012, anno in cui più del 50% dei ragazzi possedevano uno smartphone già prima dell’adolescenza, che vengono chiamati iGen.

Per intenderci, sono quelli che non hanno mai concepito una vita senza Facebook o Instagram, perché sono cresciuti utilizzando internet già dalla culla. Per questo, hanno una familiarità con la tecnologia che fa paura. Secondo Twenge le conseguenze della cosiddetta “età degli schermi” vengono spesso sottovalutate. Si pensa alla riduzione dell’attenzione, ma tutti gli aspetti della vita, le relazioni, la salute sociale è cambiata.

Cambiamenti che coinvolgono tutti, senza distinzione e questi dispositivi contribuirebbero a renderli infelici.

“Gli iGen si sentono più a loro agio in camera loro che in una macchina o a una festa, nonostante siano più sicuri e informati rispetto al passato: hanno meno probabilità di fare un incidente automobilistico rispetto ai loro omologhi del passato, per esempio, e sono più a conoscenza dei rischi dell’alcol”.

È diminuita anche la percentuale di chi ha una storia sentimentale reale: parte del corteggiamento avviene attraverso le chat e non è detto che poi si arrivi a un incontro. Ancora, gli adolescenti iGen non fanno mai dei lavoretti durante l’estate: alla fine degli anni Settanta, il 77% dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori aveva una qualche occupazione, entro la metà del 2010, la percentuale si è abbassata al 55 per cento e ora il numero è diminuito ancora.

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I dati dicono che gli iGen hanno più tempo libero rispetto agli adolescenti della generazione precedente, ma lo passano al cellulare nella loro stanza. Twenge cita diverse ricerche, quella per esempio che dice che questi ragazzi dormono meno perché usare il telefonino per diverse ore e anche subito prima di andare a letto ha conseguenze sulla quantità ma anche sulla qualità del riposo, e dormire poco e male ha a sua volta conseguenze sia fisiche che psicologiche.

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Da un’altra ricerca citata risulta che tutte le attività svolte davanti a uno schermo siano legate a una minore felicità e che tutte le attività alternative siano associate invece a una maggiore felicità. Chi guarda troppo lo schermo poi ha più probabilità di essere depresso e di presentare maggiori fattori di rischio di suicidio. Ovviamente, sottolinea la psicologa, sono solo concause di malessere generale.

Dominella Trunfio

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