Le Bloom Box: rivoluzione o marketing?

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Il mondo si è svegliato questa settimana per una rivoluzione energetica proclamata e lanciata dalla Bloom Energy, una società con sede a Sunnyvale, in California, le cui celle a combustibile hanno rapidamente guadagnato una pubblicità enorme e creato molto interesse. Ma abbiamo verificato che la rivoluzione non è solo quella proveniente dalle “Bloom Box“, che hanno già clienti di alto profilo come eBay e Google. Ci sono già diversi concorrenti meno celebri ma più consolidate rispetto alla nuova società.

 

Infatti, le pile a combustibile ad ossido solido (SOFC), molto simili a quelle Bloom, sono già pronte per essere installate in migliaia di case, già da quest’anno. Le Solid oxide fuel cell sono dispositivi elettrochimici che producono energia elettrica direttamente dal combustibile, quello di tutti i giorni, gas naturale con l’ossigeno dell’aria, senza bruciare, per generare elettricità su piccola scala. Il che offre un modo per soddisfare la domanda energetica di un edificio senza sostanzialmente perdere energia all’interno di una centrale elettrica tradizionale o alla trasmissione attraverso la rete nazionale. Inoltre le SOFCs sono molto più concrete delle celle a combustibile a idrogeno utilizzate in alcuni prototipi di veicoli: evitano costosi catalizzatori al platino che funzionano ad alte temperature, e possono usare carburante di oggi e non quelli di domani.
Bloom sostiene che le sue scatole possono dimezzare l’impronta di un edificio, prestazione garantita anche dagli altri concorrenti. Le Bloom Box sono estremamente compatte, come anche le SOFC. All’interno, un pezzo di ceramica agisce come un elettrolito, permettendo agli ioni il trasferimento tra aria e carburante e quindi spingere l’energia intorno a un circuito esterno. Bloom dice che sull’elettrolita sono spalmati degli “inchiostri segreti”, su ogni lato, che fungono da anodo e catodo.

Sappiamo poco di più, ma questo è sufficiente per Helge Holm Larsen della Topsoe Fuel Cell di Lyngby, Danimarca, per concludere che la Bloom Box è supportato da un elettrolita (electrolyte-supported) abbastanza spesso per tenere insieme la scatola. L’uso di questa massiccia membrana richiede una elevata temperatura di funzionamento, almeno 900° C, per superarne la resistenza. Per la Toposoe serve ridimensionare lo spessore degli elettroliti e di conseguenza ridurre la sua resistenza, soluzione che consentirebbe alla cellula di operare in modo efficace a 750° C. Poiché le pile SOFC hanno bisogno di una sorgente esterna di calore iniziale per arrivare fino alla temperatura di funzionamento, una temperatura più bassa ha un senso anche economico.

BlueBox

Ma anche altri concorrenti hanno dimostrato che le pile ad ossido solido possono operare con minore temperatura. Ad esempio quelle realizzate dalla Ceres Power di Crawley, Regno Unito, che operano sotto i 600°. Spiega Peter Bance della Ceres Power: “Noi non facciamo affidamento sulle ceramiche di sostegno, siamo in grado di utilizzare l’acciaio”. Caldaie alimentate da parte delle cellule sono già abbastanza economiche per iniziare ad essere installate da quest’anno; e questo è solo l’avvio di un programma quadriennale per installarne 37.500 nelle case dei clienti del più grande fornitore di energia del Regno Unito, la British Gas.

Questa rapida indagine mostra come l’interesse e l’entusiasmo intorno alla tecnologia di Bloom sia comprensibile, ma che forse lo si dovrebbe di più grazie al potenziale della tecnologia sottostante rispetto al prodotto del singolo.

Simona Falasca

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Direttore responsabile ed editoriale di greenMe. Ha una laurea in Scienze della comunicazione e un'esperienza pluriennale negli uffici stampa. In greenMe ha trovato il modo di dare sfogo alla sua "natura" più vera.
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