@pierreolivierclement/123rf

Global tax: l’Irlanda dice sì alla tassazione minima sui guadagni delle multinazionali del web al 15%

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Un’aliquota minima del 15% sui profitti delle multinazionali con un fatturato superiore ai 750 milioni. Anche l’Irlanda dà l’ok, finalmente, alla cosiddetta global minimun tax

Il governo irlandese sosterrà fisserà un’aliquota minima globale dell’imposta sui guadagni delle grandi società. Significa che il Paese aumenterà il tasso dal 12,5% al 15% per le imprese con un fatturato superiore a 750 milioni di euro, mentre le imprese più piccole saranno comunque tassate con un’aliquota del 12,5%.

Si tratta di una decisione lunga e sofferta per Dublino, che è arrivata dopo mesi di negoziazioni con l’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Di fatto, un totale di 131 Paesi che rappresentano oltre il 90% del PIL globale erano già giunti mesi fa a quest’accordo sulla global minimum tax, la tassa sui giganti del web, volto a rivedere il sistema fiscale globale.

Dall’Argentina al Giappone, dal Canada alla Turchia, i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo si stanno già preparando a una simile riforma. L’Irlanda, invece, (come Ungheria ed Estonia) aveva scelto di rimanere in disparte e aveva rifiutato di avallare l’accordo sulla global minimun tax, opponendosi di fatto a un’imposta societaria minima del 15% e rifiutandosi di aumentere la tassazione minima sui guadagni delle multinazionali

Motivo? Puri interessi economici, ovvio. Una delle ragioni dietro l’obiezione irlandese è l’affermazione secondo cui l’attuale aliquota fiscale del 12,5% del Paese sarebbe la “pietra angolare” della sua politica industriale. Un’aliquota minima mondiale dell’imposta sulle società, si pensava, avrebbe ridotto gli incentivi a stabilirsi in Irlanda.

Indubbiamente, il governo irlandese è riuscito ad attrarre investimenti diretti esteri (IDE), in particolare dalla Silicon Valley: aziende del calibro di Apple, Google e Facebook sono tutti presenti nella Repubblica. Secondo la Camera di Commercio degli Stati Uniti, oltre 800 aziende americane impiegano 180mila persone in Irlanda, molte delle quali godono di lavori ben retribuiti, mentre gli investimenti statunitensi portano ogni anno 5,3 miliardi di dollari (pari a circa 4,5 miliardi di euro).

Ecco spiegato l’arcano: l’idea era quella di mantenere la propria tassazione sui profitti più bassa, che tra l’altro prevedeva un’aliquota dimezzata per le imprese che traggono profitti da brevetti e software, attraendo così più investitori stranieri.

Cos’è la aliquota minima del 15%, la tassa sui giganti del web

Si tratta di un sistema di tassazione internazionale concordato lo scorso luglio in sede Ocse e approvato 131 Paesi su 139. L’intesa è volta a combattere i paradisi fiscali e dovrebbe entrare in vigore dal 2023. 

Il sistema  si basa su due pilastri: la riallocazione dei profitti delle grandi multinazionali e una Global minimum corporate tax rate. Una volta che la riforma sarà applicata, verranno meno le digital web tax in vigore in alcuni Paesi, tra cui l’Italia. 
Il primo pilastro garantirà una distribuzione più equa dei profitti e dei diritti di tassazione tra i Paesi in cui operano le multinazionali, il secondo pilastro mira a porre fine alla concorrenza relativa all’imposta sul reddito delle società, con l’introduzione di un’aliquota minima globale di almeno il 15% in ogni Paese dove le multinazionali operano, indipendentemente da dove si trovi la sede legale e superando i meccanismi attraverso i quali attualmente vengono eluse le tasse (per esempio, società controllate nei Paesi a più alta tassazione, che azzerano i profitti pagando royalties su brevetti e diritti di utilizzo alle controllanti con sede nei paradisi fiscali, trasferendo in realtà alla casa madre gli utili). 

Secondo l’Ocse, la riallocazione dei profitti potrebbe consentire di sottoporre a tassazione complessivamente circa 100 miliardi di dollari di profitto che ogni anno sfuggono al fisco. La nuova aliquota riguarderà oltre 1500 società che danno lavoro a circa 400mila persone in Irlanda e sottrarrà alle casse statali, secondo le prime stime, circa due miliardi all’anno. Continueranno invece a pagare il 12,5% sui profitti le piccole e medie imprese irlandesi.

Seguici su Telegram Instagram Facebook TikTok Youtube

Fonti: Department of Finance IRL / BBC / WSJ

Leggi anche:

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
Seguici su Instagram
Seguici su Facebook