Information_technology

In anni di lotta al cambiamento climatico ci si preoccupa molto della quantità di gas serra dovuti al trasporto aereo. Eppure, la stessa quantità è prodotta dai computer di tutto il mondo per creare, memorizzare e scambiare dati – un utilizzo globale che è meglio conosciuto con il nome di Information Technology. È quanto emerge dal Global Green Report IT 2010 (GIT), un documento a cura del Research Centre for Innovation and Life Science Management (CrESIT) dell'Università dell'Insubria di Varese in collaborazione con la San Francisco State University.

Lo studio ha infatti calcolato che il 2 % delle emissioni a effetto serra prodotte ogni anno nel mondo da attività antropiche è dovuto all'IT. Stessa cifra, per fare un paragone, delle emissioni dovute al trasporto aereo. Non solo: la percentuale è in aumento, e nel GIT è contenuta la previsione secondo cui, entro il 2020, le emissioni dalla tecnologia potrebbero toccare il 3 %.

Come risolvere il problema? Una soluzione potrebbero essere i cosiddetti Green Jobs, lavori che, anche nel settore dell'IT, offrono molteplici possibilità di sviluppo in chiave di sostenibilità ambientale. Si calcola (da uno studio del Gestore dei Servizi Energetici e dell’Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente dell’Università Bocconi) che solo in Italia, entro la fine dell'anno, i “colletti verdi” saranno 150.000 (+ 30 %), un numero che – se il trend rimarrà positivo – salirà a 250.000 entro il 2020. Data significativa, in quanto coincide con il termine ultimo fissato dall'Unione Europea per la riduzione delle emissioni e dei consumi del 20 % (17 % per il nostro paese).

Figure come l'energy manager, il mobility manager e il green IT engineer sono dunque sempre più richieste dal mercato, e il loro contributo all'interno di un'azienda può essere fondamentale. “Riteniamo che nell’attuale scenario competitivo sia utile ed opportuno per un'impresa avere una forte impronta Green” ha spiegato Alberto Onetti, presidente del CrESIT, in occasione della presentazione del GIT; “tale approccio, oltre a permettere di anticipare imposizioni e vincoli legislativi che sicuramente arriveranno, può dare benefici in chiave di reputazione e immagine aziendale, ma anche risparmi economici che nel tempo si dimostrano superiori agli investimenti fatti”.

Le aziende hanno insomma un peso e una responsabilità innegabili nel contribuire alla lotta al cambiamento climatico, e la diffusione di una cultura di sostenibilità ambientale dovrebbe avvenire a tutti i livelli, dal magazziniere alla segretaria all'impiegato fino al dirigente. A questo proposito il GIT evidenzia come tale pratica, nel 50 % dei casi, riguardi solo una parte dell'azienda (funzioni o stabilimenti o filiali) e che siano soprattutto le multinazionali e le aziende quotate in borsa a porre attenzione al green. Viene da sé che il cambiamento sia proprio qui: nel passare da un mero calcolo economico o d'immagine a una sincera e disinteressata volontà di aiutare il pianeta.

Roberto Zambon


 

 

 

 

 

 

 

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