Bruxelles blocca la sperimentazione del 5G: ‘i cittadini non sono cavie’

5G

Il progetto pilota di fornire l’accesso a internet a banda larga 5G a Bruxelles è stato fermato per i troppi timori sulla salute dei cittadini. Artefice di questo (storico) stop è la ministra regionale Céline Fremault, che ha deciso di bloccare la tecnologia nella capitale (che doveva essere la prima città belga a introdurla) per salvaguardare la salute dei suoi concittadini.

Nel luglio scorso, il governo aveva raggiunto un accordo con tre operatori di telecomunicazioni per allentare i severi standard sulle radiazioni a Bruxelles. Ma, secondo la Regione, quei limiti sarebbero stati talmente sorpassati che sarebbe impossibile ora stimare la radiazione delle antenne necessarie per il servizio di internet ultraveloce.

“Sto lavorando al dossier da luglio, tenendo in considerazione una serie di indicatori sanitari essenziali – spiega la Fremault – ma oggi mi è chiaro che per me è impensabile consentire l’arrivo di questa tecnologia se non posso garantire il rispetto degli standard che proteggono i cittadini, con o senza 5G. I cittadini di Bruxelles non sono cavie, non posso vendere la loro salute a prezzo di mercato”.

Insomma, stando ai fatti, una sperimentazione non è fattibile con gli attuali standard di radiazione e la signora Fremault pare non sia intenta a fare un’eccezione.

La regione di Bruxelles osserva di fatto standard di radiazione particolarmente severi per le applicazioni delle telecomunicazioni (già solo lo standard di 6 volt per metro aveva posto problemi in passato con la fornitura di internet mobile veloce tramite 4G nella capitale) e quello del 5G, ha specificato la ministra, è l’unico tema sul quale finora sono state chieste “tante opinioni sugli standard di emissione”.

Una posizione che ha reso pubblica anche sul suo account Facebook:

“L’ arrivo del 5G a Bruxelles è auspicabile perché permetterà progressi enormi in termini di salute (operazioni a distanza, mobilità, traduzioni simultanee, ecc). Ma prima di avanzare nell’iter legislativo per consentirne l’implementazione, voglio la garanzia tecnica che le antenne 5G non superino gli standard di emissione che propongo per proteggere la nostra salute. Al momento non è così”.

Ma chiariamo: a Bruxelles, per far girare l’Internet ultraveloce si era proposto di passare dai 6 V/m attuali ai 14,5 V/m, senza fornire alcuno studio preliminare sul rischio sanitario per la popolazione:

“C’è l’impossibilità di valutare le emissioni delle antenne utilizzate dagli operatori per mancanza di informazioni tecniche disponibili sul comportamento”, ha quindi affermato la ministra Fremault.

Così, mentre Bruxelles diventa la prima grande città internazionale a bloccare la sperimentazione del 5G, dozzine di comunità statunitensi hanno approvato leggi per prevenire o limitare lo spiegamento del 5G per motivi di salute.

E in Italia? 

Gli operatori stanno sperimentando privatamente le reti in alcune città pilota, fino al lancio ufficiale previsto per il 2020.

E c’è un ma: non è irrilevante la serie delle sentenze che in Italia riconoscono il nesso tra elettrosmog e cancro in una condizione d’esposizione multipla e cumulativa “assimilabile a un’iperconnessione ubiquitaria” proprio come quella prospettata dal 5G. E c’è di più: qui da noi ci si vorrebbe spostare dai 6 V/m ai 61 V/m, mettendo più di 1 milione di antenne, senza tener conto della richiesta di moratoria avanzata dall’alleanza italiana Stop 5G, della petizione di 11mila cittadini, di alcune interrogazioni parlamentari e di mozioni presentate in diversi consigli di regione, provincia e comuni. 

Insomma, alla luce di ciò, siamo davvero sicuri?

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Germana Carillo

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