Fukushima, la Tepco ci ripensa. “Colpa nostra”.

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La Tepco ci ripensa e ammette che a Fukushima nel marzo del 2011 fu colpa loro. Avrebbero potuto evitare l’incidente se avessero implementato sufficienti misure precauzionali e soprattutto procedure adeguate di gestione del rischio. Quindi ora, con qualche sistematina del protocollo e un po’ di personale in più, è possibile riprendere le attività. Tutto risolvibile insomma. Possiamo dormire sonni tranquilli. Davvero?

Nel documento pubblicato un paio di giorni fa dall’azienda si può leggere, testualmente:

When looking back on the accident, the problem was that the preparations were not made in advance, so we need a “Reform Plan” that will allow us to be sensitive in capturing opportunities for improvement and safety enhancement and lead to actual measures.

Quindi basta un Piano di Riforma per introdurre misure di risposta in caso di un nuovo tsunami catastrofico. Già, perché il problema, secondo la Tepco, è stato tutto lì, nello tsunami anomalo (perlomeno rispetto ai dati storici conosciuti) e imprevedibile che li ha colti impreparati. Questo nonostante i dubbi che a causare davvero l’incidente sia stato solo l’imprevedibilissimo tsunami e non, in parte, anche il ben più frequente terremoto. Evento, lo tsunami, che è stato da loro considerato solo come una “formalità” da valutare in fase di revisione delle procedure nel lontano 2002.

Un’ammissione di colpa in piena regola. “Abbiamo sottostimato il rischio e le conseguenze di uno tsunami”. Tra le perle di saggezza anche l’ammissione che l’implementazione di nuove misure di sicurezza in caso di grave incidente potessero diffondere gravi preoccupazioni e dubbi nelle comunità circostanti e avrebbero portato allo spegnimento temporaneo della centrale con conseguenti perdite economiche. Ammirevole, si fa per dire, anche l’ammissione che alla centrale non erano sufficientemente preparati, in termini di addestramento del personale e di mezzi a disposizione, a far fronte a una situazione in cui tutte le fonti di energia (necessarie per far funzionare i vari sistemi di sicurezza) smettessero di essere disponibili contemporaneamente. Come se non ce ne fossimo accorti da soli.

E quindi? Semplice. Miglioriamo le procedure di comunicazione interna, aumentiamo il personale a disposizione, costruiamo una diga per proteggere i reattori da altre onde molto anomale, costruiamo ventole per evitare il ristagno di idrogeno, assicuriamo fonti diversificate di approvvigionamento idrico ed energetico anche portando dei camion in zona equipaggiati con bombole e batterie varie. E il nucleare torna ad essere sicuro. Secondo loro.

In un momento storico in cui questa fonte energetica è messa profondamente in discussione, soprattutto in Giappone, queste affermazioni (e il loro tempismo) mi puzzano e tanto. Sarò la solita scettica, rompiballe, idealista, ambientalista, ma io non riesco proprio a farmi convincere che possiamo dormire sonni tranquilli con qualche procedura in più e qualche batteria immagazzinata nei dintorni di una centrale che tratta materiale così pericoloso. Soluzioni talmente banali da domandarmi perché non ci abbiano mai pensato prima, se davvero sono sufficienti ad evitare la catastrofe. Si trova un unico capro espiatorio (lo tsunami), si ammette qualche colpa, si dice “non lo faremo più”, si sorvola sulla pericolosità intrinseca del nucleare e sulle sue conseguenze (le scorie ad esempio). E da domani si riapre la bottega. Come se noi ci fossimo bevuti tutte le loro balle.

Foto | quapan

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