Difendersi dal green washing e dalle (false) pubblicità green

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“Caro, spegni la pala eolica e vieni a letto”, così esordisce uno spot radiofonico. Della stessa serie: “Papà, ma se il sole è caldo come fa a fare andare il frigorifero?”. Bello vero? Dove si comprano? Da nessuna parte… questi spot non promuovono innovative mini-pale eoliche da giardino o frigoriferi ad energia solare che tutti possono installarsi in casa… bensì un’automobile! ll collegamento tra queste cose non è immediato, anzi, ci vuole una buona dose di fantasia, vero?

Cambiamo genere. Non è nuova, ma è tornata sui nostri schermi anche questa estate. in uno spot un giovane di bella presenza a un ristorante ordina una semplice insalata di stagione, ma deve essere tutto fresco e naturale, tutto appena colto dal giardino del contadino sotto casa, condito con olio extravergine spremuto a mano e magari pure trasportato con un carretto trascinato da asini. Insomma, un rompiballe salutista e ambientalista. “E da bere?”. Qui la suspense… la prima volta che vidi questo spot pensai alla pubblicità di una caraffa filtrante per l’acqua del rubinetto. Quale altra bevanda può essere più naturale e più ambientalista? E invece no, appare la solita bella ragazzona che suggerisce ammiccante una bevanda (un té freddo) “dal gusto naturale”, reso tale da una giusta combinazione di composti chimici, confezionata in monoporzioni di plastica con tanto di cannuccia usa e getta. Ah beh.

Quanti altri esempi di questo tipo possiamo fare? Tanti, direi. Per me non si tratta “solo” di green washing, ma di vera e propria pubblicità ingannevole,nel senso che mi sento abbastanza presa per i fondelli, ecco.

Intanto, una definizione di green washing (da Wikipedia):

Green washing è un neologismo indicante l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni finalizzata alla creazione di un’immagine positiva di proprie attività (o prodotti) o di un’immagine mistificatoria per distogliere l’attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi.

C’è un sito americano che propone un indice (www.greenwashingindex.com) di green washing delle pubblicità, da 1 (“autentico”) a 5 (“sospetto”). Il sito, oltre a fornire una bella carrellata di esempi sottoposti al giudizio implacabile del pubblico, ci dà anche dei semplici consigli per non farsi fregare, da tenere bene in mente:

  • “La verità”: allargare la visuale dallo spot all’azienda che lo promuove. Si possono trovare facilmente sul loro sito informazioni sulle loro performance ambientali? Hanno una certa storia di sostenibilità o se la sono appena creata?
  • “Tutta la verità”: cosa dicono gli altri. Cercate su google il nome dell’azienda più la parola “ambiente”, o “sostenibilità”, e vedete cosa ne viene fuori. Soprattutto occhio ai commenti di cittadini come noi da blog e forum di consumatori.
  • “Nient’altro che la verità”: fidarsi dell’istinto. A prima vista ci sembra una operazione onesta o, come nei casi descritti sopra, qualcosa non mi torna? Se è così, forse qualcosa davvero non torna.

A questo punto, che voto possiamo dare ai due spot citati qui sopra?

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