Appunti da Copenaghen, la città delle bici e di tante altre belle cose

In bici a Copenaghen

Otto giorni forse non bastano per amare una città, per conoscerla nel bene e nel male e per decidere che fa per te, anche se senti che è stato così. Forse otto giorni bastano solo per infatuarsene. E allora, eccomi completamente infatuata di Copenaghen. La città delle bici, delle pale eoliche, del teleriscaldamento, del vuoto a rendere, della birra buona, del pane nero e di tante altre belle cose.

Nemmeno mi ricordo come siamo finite, io e la mia amica Maria, a fare le vacanze lì. Io avevo voglia di un po’ di fresco dopo due lunghissimi mesi di sudore e docce fredde, e avevo voglia di mettere il piedino fuori dai confini nazionali, dopo 13 mesi rinchiusa in Italia. Lei ha sposato le mie voglie e mi ha suggerito di controllare la proposta di una specie di agenzia di viaggi “eco-logici”, qualche email informativo e poi via a prenotare. La nostra vacanza consisteva in un po’ di giorni in giro in bicicletta per la capitale danese, con qualche punta fuori città, in gruppo, alloggiati in case private e non in anonimi alberghi, con colazioni e cene comunitarie in un ottimo ristorante, e un “narratore” (in teoria italiano, in pratica cittadino del mondo ma molto cittadino danese e tanto italiano nel cuore), a portarci in giro e a raccontarci storie come se fossimo suoi parenti e non clienti paganti. E poi lei, soprattutto lei, la mia bicicletta.

Ci siamo scelte di lunedì pomeriggio, così, per caso, io e la bici numero tre. Era la più bassa di tutte (escluso quella per bambini, che però non mi hanno voluto dare…) e la sella sembrava ampia (per accogliere un ampio “ospite”) e morbida. Mi sono accorta subito che non c’è morbidità che possa compensare anni ed anni di inattività ciclistica, ma questa è un’altra storia. Lei era una di quelle bici che per frenare devi pedalare all’indietro, cosa per me completamente inconcepibile e che mi ha messo subito a dura prova. Ma quando ho dovuto lasciarla ho sofferto tanto. In quel momento è venuto giù il diluvio universale e abbiamo dovuto lasciarci in fretta, ma sarebbe stato un addio strappalacrime.

Io in bici ero un disastro, ero come Gene Wilder nei panni del rabbino imbranato del bellissimo film “Scusi dov’è il west?” che non sapeva come interagire con il suo cavallino. Ed è per questo che la chiamavo affettuosamente “cauallino” facendogli il verso. Le saltavo in groppa e la spingevo come un monopattino fino a che non riuscivo a conquistare un certo equilibrio, e a quel punto via a pedalare! E fino a che si pedalava andavamo anche bene, mi divertivo, spingevo sui pedali e cambiavo le marce, ma quando dovevo fermarmi non ci capivo molto dei freni all’indietro e di tutto il resto, e così stringevo il freno davanti e saltavo giù praticamente in corsa. Mettici che poi a Copenaghen andare in bicicletta è una cosa seria, con tutte quelle piste o corsie dedicate, i semafori e gli incroci, e i segni da fare con la mano per indicare che ti fermi o cambi direzione, e ancora i punti in cui devi scendere e attraversare gli incroci a piedi spingendo la bici perché lì la preferenziale non c’è. E la sera bisogna mettere le luci a led per farsi vedere, e poi parcheggiarla bene, chiudere il lucchetto e non dimenticarsi tutte le chiavi. Insomma non è stato facile. Ma poi capisci tutto e impari, anche a non rispettare le regole come un danese, che è molto diverso dal non rispettarle come un italiano imbranato o che si crede furbo.

Andare in bici è talmente una cosa seria che praticamente non ho visto motorini in giro. Due in otto giorni, più un vecchio Ciao parcheggiato mestamente che sembrava quasi cercasse di mimetizzarsi tra tutte quelle bici. Bici che quotidianamente vengono contate da colonne sparse in giro per la città che tengono il numero dei ciclisti che passano. Era un piacere passare la mattina in mezzo a studenti e lavoratori o genitori con qualche figlio nel cestello e vedere scattare il proprio numerino, “stamattina sono il ciclista numero 1071 a questo incrocio”. Bello. Per non parlare della bellezza del girare su piste dedicate solo a te, di giorno e soprattutto di notte, nella penombra perché a Copenaghen non si abusa dell’illuminazione notturna, sapendo di poter circolare in tutta tranquillità perché non ti succede mai niente di brutto.

Da un certo punto di vista questa è stata una delle vacanze più ecologiche che io abbia mai fatto, quasi più delle vacanze in tenda che facevo da piccola con la mia famiglia, dove prendevamo l’acqua dalla fonte con la ghirba e cucinavamo sul fuoco raccolto nel bosco. Ok, sottolineiamo e spieghiamo “da un certo punto di vista”. Non ho mai nascosto che mi piace vivere in una grande città con tutto a disposizione, ma che la vorrei fatta in un certo modo, e Copenaghen, per come l’ho vissuta io, è fatta in quel modo. Una città che funziona, una città che ha un ottimo sistema di trasporto pubblico e che dà la precedenza alle biciclette sulle automobili per strada. Una città con piste ciclabili esclusive che la attraversano in lungo e in largo in tutta sicurezza. Una città dove esiste il vuoto a rendere per qualsiasi contenitore di bevande, sia esso di vetro, alluminio o plastica. Una città dove ammiri il monumento nazionale (la famosa sirenetta) corredata da uno splendido sfondo di pale eoliche.

Cosa vuoi di più? Ottima birra, pane nero con tutti i semi, e bei ragazzi. E a Copenaghen c’è anche questo!

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