Riduzione delle emissioni e “transizione energetica” nella Francia di François Hollande

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Dopo i post dedicati alle dichiarazioni (pre e post elezioni) di Barack Obama su ambiente, cambiamenti climatici ed energia, oggi torniamo in Europa per parlare di un altro neo-presidente, François Hollande, che dallo scorso maggio siede all’Eliseo e che ha fatto della lotta alle emissioni, delle fonti rinnovabili e della cosiddetta “sobrietà energetica” dei cavalli di battaglia elettorali.

Lo scorso settembre, aprendo la Conferenza annuale dedicata all’ambiente, Hollande ha riaffermato le posizioni espresse prima del voto presidenziale, sostenendo che l’Unione Europea dovrebbe impegnarsi a tagliare le emissioni del 40% entro il 2030 e del 60% entro il 2040. In quell’occasione ha anche promesso che la Francia cercherà di spingere i partner europei a raggiungere un accordo ufficiale sul clima nel 2015, dopo i troppi dietrofront e tentennamenti degli ultimi anni.

Due settimane fa, intervenendo al World Future Energy Summit di Abu Dhabi, il Presidente ha ribadito a chiare lettere la propria posizione: tutti i Paesi hanno l’obbligo morale di investire in tecnologie ed energie sostenibili, al fine di lasciare alle future generazioni un Pianeta “vivibile”. Hollande ha anche ricordato che, oltre a privilegiare le fonti energetiche alternative, bisognerebbe perseguire una politica di sobrietà energetica, puntando con maggiore convinzione su quelle strategie urbanistiche e su quelle tecniche architettoniche che permetterebbero agli edifici di essere più efficienti e che contribuirebbero a contenere o ad eliminare gli sprechi.

In coerenza con tali dichiarazioni, il Presidente sostiene la necessità di una “transizione energetica” per la Francia: in quest’ottica, entro il 2025 si dovrebbe ridurre la percentuale di elettricità derivata dal nucleare passando dall’attuale 75% al 50%, incrementando invece dal 15% al 40% la quantità derivata da fonti rinnovabili quali il fotovoltaico e l’eolico. A questo scopo, sin dai giorni della campagna presidenziale Hollande si è impegnato a chiudere entro il 2016 o, al massimo, entro il 2017 la più vecchia delle centrali nucleari francesi, quella di Fessenheim, in Alsazia, la cui costruzione è iniziata nel 1970 e che è operativa dal 1977.

La decisione di chiudere Fessenheim, che sta dividendo l’opinione pubblica francese, è stata presa anche per “prevenzione”: gli studi condotti al momento della sua costruzione affermavano che la centrale avrebbe potuto funzionare in sicurezza per circa quarant’anni, e nel 2017 saranno esattamente quarant’anni dall’inizio della sua attività. In aggiunta a ciò, l’area su cui sorge è sismica e ha già registrato nel Medioevo un terremoto di magnitudo superiore al sesto grado Richter. Negli ultimi anni, inoltre, la centrale di Fessenheim è stata più volte presa da mira dagli ambientalisti, che ne richiedono a gran voce la chiusura. Le polemiche più recenti risalgono allo scorso settembre, quando la centrale è stata teatro di un incidente chimico (dalle conseguenze fortunatamente non gravi).

La decisione di chiudere Fessenhaim entro cinque anni sta sollevando diverse perplessità: molti sostengono che bisognerebbe modernizzare il sito, ma che non è opportuno fermarlo, altri accusano il Presidente di bluffare. Anche i sindacati hanno espresso preoccupazione in vista della chiusura, chiedendosi cosa ne sarà dei lavoratori e dell’economia dell’area. Di fatto, sulla “transizione energetica” e su quanto Hollande (al momento in calo nei sondaggi e nel gradimento dei suoi compatrioti) sarà in grado di fare e di ottenere nel corso del suo mandato grava l’incognita di una crisi economica che in Francia, come in gran parte d’Europa, si sta facendo sempre più preoccupante.

L’immagine è tratta da Wikipedia

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