Plastica dispersa negli Oceani: una situazione fuori controllo

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Abbiamo già menzionato, tempo fa, il Pacific Trash Vortex, l’enorme chiazza di spazzatura – composta principalmente di plastica – che galleggia nell’Oceano Pacifico, a formare una nuova isola dall’aspetto inquietante. La cattiva notizia – già resa nota dagli scienziati alcuni anni fa – è che il fenomeno non è circoscritto a quella particolare area del Pacifico: attualmente nelle acque che circondano i continenti sono presenti ben 5 chiazze di rifiuti analoghe al Pacific Trash Vortex, che alterano e inquinano gli ecosistemi locali, compromettendone la sopravvivenza.

Ma c’è di più: è molto probabile che una sesta chiazza si formerà nei prossimi decenni (non prima di cinquant’anni) nelle acque del Mare di Barents, nel Mar Glaciale Artico. La situazione è piuttosto grave, al punto che in alcuni aree oceaniche la quantità di rifiuti presente nelle acque supera di gran lunga la quantità e consistenza della vita marina.

La pessima notizia – perché in alcuni casi non c’è limite al peggio – è che se anche – per un improvvisa presa di coscienza collettiva – smettessimo di gettare oggi stesso i rifiuti di plastica nelle nostre acque, la quantità di spazzatura che abbiamo accumulato e che è già finita nei bacini oceanici è più che sufficiente ad infestare i nostri mari per secoli, producendo progressivamente un numero crescente di chiazze. In parole povere, abbiamo già oltrepassato il limite.

E non importa in quale particolare bacino marino i rifiuti siano stati abbandonati: le correnti possono trasportarli praticamente ovunque, anche lontanissimo dal luogo di origine, come mostra l’animazione che trovate a questo link. Per farla breve: siamo di fronte ad un problema internazionale, che interessa (e che dovrebbe mobilitare) tutti i Paesi del Mondo, nessuno escluso.

Questi risultati, che dovrebbero farci riflettere profondamente sulle nostre abitudini di consumo e sulla gestione dei rifiuti che produciamo quotidianamente, sono contenuti in una ricerca condotta dall’Australian Research Council Centre of Excellence for Climate System Science. Per chi fosse curioso di saperne di più, posto qui di seguito il video di presentazione del lavoro, ad opera del suo autore, l’oceanografo Erik Van Sebille (University of New South Wales, Sydney).

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