Moda etica: anche in Cambogia monta la protesta dei lavoratori

Monta la protesta contro le insostenibili condizioni di lavoro degli operai del tessile nel Sud-Est asiatico. Dopo gli scioperi che hanno interessato il Bangladesh, anche in Cambogia i lavoratori del settore, che fabbricano diversi capi di abbigliamento poi commercializzati in Occidente da noti marchi internazionali, si sono mobilitati per ottenere migliori condizioni di impiego e un aumento salariale.

A seguito di una settimana di scioperi, che ha portato alla cessazione delle attività in numerosi stabilimenti industriali del Paese, con una perdita stimata di circa 30.000 dollari al giorno, il Governo cambogiano ha deciso di adottare una linea durissima, ordinando la repressione di una manifestazione di piazza nella giornata del 3 gennaio scorso: la polizia ha fatto fuoco contro la folla, uccidendo almeno quattro persone. I manifestanti, circa 500.000, chiedevano che il loro salario venisse aumentato dagli attuali 100 dollari mensili a 160 dollari.

Manifestazioni analoghe hanno infiammato e insanguinato lo scorso autunno il Bangladesh, il Paese in cui la manodopera costa meno in assoluto. Gli operai bengalesi chiedevano più sicurezza nelle fabbriche e che il salario minimo mensile venisse innalzato da 38 a 100 dollari. Il Governo aveva risposto alle proteste di piazza fissandolo a 68 dollari, una quota che è comunque inferiore alla retribuzione media di un operaio tessile in altri Paesi del Sud-Est asiatico, a partire proprio da Cambogia e Vietnam. La situazione in Bangladesh resta tuttora molto tesa, anche a fronte di un difficile clima politico.

Come per il Bangladesh, in Cambogia l’industria tessile rappresenta un settore strategico, che dà lavoro a milioni di persone, alimentando l’export e sostenendo il PIL. Un giro di affari che si fonda sulla pretesa, da parte di multinazionali e aziende straniere, di contenere al massimo i costi di produzione, a partire proprio dal costo della manodopera. E, per il timore di allontanare gli investitori stranieri e di far crollare le fragili economie nazionali, i Governi locali stanno adottando il pugno di ferro contro i propri cittadini.

Le proteste dei lavoratori cambogiani e bengalesi, insieme a fatti di cronaca tragici, come il crollo del Rana Plaza di Dacca dello scorso aprile, con la morte di oltre mille operai, stanno mano a mano svelando al mondo le intollerabili condizioni di sfruttamento in cui vengono fabbricati gli indumenti che acquistiamo e indossiamo nella nostra vita quotidiana.

Se per alimentarsi e andare avanti questo sistema di produzione deve calpestare i più elementari diritti umani, ciò significa che è un sistema malato e insostenibile, che non possiamo più continuare ad ignorare. Da consumatori, abbiamo un potere enorme, quello di scegliere: scegliere i marchi più trasparenti, i marchi che ci permettono di tracciare l’origine dei loro capi di abbigliamento, che non utilizzano manodopera ridotta in condizioni di schiavitù, che non sfruttano il lavoro e le piccole mani dei bambini, che si adoperano perché i loro operai godano possano lavorare in condizioni di sicurezza.

Grazie anche ad internet, le informazioni circolano e sono facilmente reperibili: l’impegno (o il disimpegno…) dei diversi brand può essere facilmente verificato con qualche click. E nessuno di noi può più giustificarsi dicendo “Non lo sapevo”.

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