Meno acqua potabile, più plastica: l’altra faccia del boom economico in Cina

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Da qualche anno i grandi produttori di acqua minerale stanno registrando un rallentamento degli affari nei Paesi occidentali (sempre più sensibili al tema della riduzione dei rifiuti), che viene tuttavia compensato da un vero e proprio boom cinese. Basti pensare che, secondo Euromonitor International – una nota società londinese specializzata in ricerche di mercato -, nei prossimi quattro anni Nestlé (il terzo produttore mondiale di acqua minerale, con ben 60 marchi in commercio) vedrà aumentare enormemente il proprio giro d’affari in Cina, toccando quota 16 miliardi di dollari, contro il miliardo di dollari del 2000 e i 9 miliardi di dollari del 2012. Come si spiega questa impennata della domanda di acqua minerale?

In (minima) parte è motivata dalla crescente e progressiva urbanizzazione della popolazione cinese, che abbandona campagne e villaggi rurali per trasferirsi a lavorare nei grandi centri, dove l’utilizzo di acqua in bottiglia è più diffuso. La spiegazione principale, tuttavia, è un’altra, ed è drammatica: in Cina il 70% dei laghi e dei fiumi è inquinato (in particolare, sono gravemente inquinati quasi tutti i corsi d’acqua che servono le città più importanti) e, di conseguenza, è aumentato il numero delle persone che ha paura di bere l’acqua del rubinetto. Vale a dire: si acquista (o si è costretti ad acquistare) acqua minerale per garantire la propria sicurezza e la propria salute, in assenza di trasparenza nella divulgazione dei dati relativi alla potabilità dell’acqua e in mancanza di politiche governative a difesa dell’ambiente e a tutela del cittadino/consumatore.

L’altra faccia di una crescita industriale vertiginosa è pertanto un inquinamento fuori controllo, che coinvolge non solo l’aria (tutti avrete visto, nei giorni scorsi, le immagini sconcertanti della cappa di smog che avvolge Pechino…) ma anche, appunto, l’acqua. Le statistiche ufficiali registrano ogni anno ben 1700 incidenti che comportano sversamenti pericolosi nei corsi d’acqua e le sorgenti, inquinate o meno che siano, si stanno facendo sempre più rare. La Cina è così diventata più che appetibile per i grandi produttori di acqua in bottiglia, che mirano ad accrescere i propri profitti su un mercato potenzialmente amplissimo. A spese di una popolazione a cui non è garantito l’accesso ad un bene primario e insostituibile.

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