I 3 miti da sfatare sulla povertà secondo Bill e Melinda Gates

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Ogni anno, Bill e Melinda Gates inaugurano le attività della propria fondazione benefica con una lettera in cui ne discutono le attività o affrontano temi che ritengono particolarmente importanti o urgenti. La Lettera Annuale del 2014 si concentra su 3 miti da sfatare riguardo alla povertà: luoghi comuni duri a morire e che, secondo i coniugi Gates, ostacolano il cammino di chi porta avanti attività umanitarie.

Bill Gates, fondatore di Microsoft, e la moglie Melinda hanno dato vita nel 2000 alla Bill & Melinda Gates Foundation, un’organizzazione no profit che si occupa di attività filantropiche, con particolare attenzione all’educazione, alla lotta contro AIDS e malaria e al miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi più poveri del globo.

La Lettera del 2014 rivela tutto l’ottimismo dei coniugi Gates, per i quali l’estrema povertà potrebbe essere debellata entro il 2035 – a patto di sradicare alcuni miti duri a morire.

Il primo è che i Paesi poveri siano condannati a rimanere tali. In realtà, obiettano i Gates, oggi nel mondo si vive molto meglio di quanto non accadesse alcuni decenni fa: numerosi Stati un tempo considerati “poveri” hanno compiuto passi da gigante in ambito economico, sociale e urbanistico, avvicinandosi, per stili di vita e reddito, ai Paesi più ricchi.

La Lettera cita come esempio di tale evoluzione Città del Messico, mettendo a confronto la situazione in cui la capitale centroamericana versava del 1987, quando la maggior parte della popolazione era poverissima e non aveva neppure l’acqua corrente in casa, e quella attuale, caratterizzata dalla presenza di una classe media, oltre che da un noetvole sviluppo urbanistico e infrastrutturale. Altri esempi di tale progresso, che dimostra come la ricchezza non si concentri più esclusivamente in Occidente, sono città come Nairobi (Kenya) e Shanghai (Cina).

Il secondo mito è che gli aiuti umanitari provenienti da altri Paesi siano inutili e costituiscano uno spreco di denaro. Tale idea è accompagnata, secondo i Gates, da due presupposti erronei: il primo è una percezione esagerata dell’aiuto economico che gli Stati occidentali offrono ai Paesi in via di sviluppo, l’altro è la convinzione che il denaro offerto finisca inevitabilmente in tangenti, nelle tasche di politici locali abietti e corrotti, e che non venga utilizzato per aiutare i più bisognosi.

La verità riguardo all’entità degli aiuti è che i Paesi più ricchi devolvono a quelli più poveri una piccolissima parte dei loro budget annuali: la Norvegia, lo Stato in assoluto più generoso, spende il 3%, mentre gli Stati Uniti appena l’1% – una quota che corrisponde, più o meno, ad una donazione di 30 dollari da parte di ogni cittadino americano.

Per quanto invece concerne la corruzione, bisogna cercare di eliminare frodi e inefficienze ma non si deve arrestare l’azione umanitaria, perché la maggior parte delle organizzazioni che curano la distribuzione degli aiuti svolge un compito egregio, facendo in modo che il contributo arrivi dove più serve.

Bisogna inoltre evitare l’utilizzo di un “doppio standard” nel giudicare e affrontare frodi e tangenti: 4 degli ultimi 7 governatori dell’Illinois, sottolineano i Gates, sono stati arrestati per corruzione e nessuno ha pensato di richiedere, per quasto motivo, la chiusura delle scuole o delle autostrade di quello Stato.

Gli aiuti devono durare finché sono necessari, fino a quando un Paese non è in grado di camminare da solo: basti pensare che, fino a qualche anno fa, ricevevano supporto economico degli Stati che oggi sono tra i donatori, come Cina e Corea del Sud, e altri che sono così cresciuti da non avere più bisogno di sostegni, come Cile, Brasile e Marocco.

Il terzo e ultimo mito da sfatare è che salvare delle vite nei paesi più poveri conduca alla sovrappopolazione. Ovvero: perché aiutare oggi qualcuno che domani sarà condannato a morire di fame? A questa obiezione, più diffusa di quanto si pensi, i coniugi Gates rispondono che l’alto tasso di natalità nel cosiddetto terzo mondo è una conseguenza diretta dell’altissimo tasso di mortalità infantile.

Una maggiore sopravvivenza tra i bambini che vengono messi al mondo conduce infatti i genitori ad avere famiglie più piccole. I Gates citano come esempio il caso della Thailandia: negli anni Sessanta, ogni donna aveva in media 6 figli; successivamente, come conseguenza di politiche di aiuto e tutela delle famiglia, il tasso di mortalità infantile è notevolmente sceso e, allo stesso modo, è notevolmente calato il numero di figli per donna, attestandosi su una media di 1,6.

Un trend analogo si è osservato anche in Brasile, a dimostrazione del fatto che, quando i bambini sono opportunamente nutriti, curati e vaccinati, e i genitori possono fare scelte, previsioni e programmi partendo dal presupposto che non li perderanno, il numero di nascite si riduce.

Gli aiuti, insomma, devono andare avanti: attenzione e cura dell’infanzia e scolarizzazione ed educazione delle donne sono le due risorse che salveranno il mondo dalla sovrappopolazione.

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