Giocattoli da maschi, giocattoli da femmine o giocattoli neutri?

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Quando, un paio di anni fa, ero impegnata a preparare il primo corredino della mia bimba, mi aveva molto colpito la difficoltà di reperire delle tutine da neonato che non fossero rosa o azzurre o parzialmente tali. “Perché si dovrebbe vestire per forza una bimba di rosa e un bimbo di azzurro?” mi ripetevo io. Per carità, non ho niente contro il rosa: ma la scarsità di indumenti di colori diversi mi sembrava limitare un po’ troppo la mia libertà di scelta.

Quell’esperienza mi è tornata in mente oggi mentre leggevo un articolo apparso sull’Independent, che racconta del dibattito attualmente in corso in Gran Bretagna sull’opportunità o meno di distinguere i “giocattoli da maschio” dai “giocattoli da femmina”: una distinzione in gran parte mutuata dal marketing, che spinge sin da piccoli bambini e bambine a sviluppare interessi e abilità diverse.

Secondo molti, a partire dalle due deputate inglesi che hanno sollevato la questione in Parlamento, la separazione dei giochi sulla base del genere non solo instilla precocemente nei bambini degli stereotipi, ma finisce per limitarne creatività e potenzialità, spingendoli a percorrere un sentiero preconfezionato invece che ad assecondare la loro innata voglia di fare, conoscere ed esplorare.

Il discorso è valido soprattutto per le bambine. Il marketing si rivolge a loro proponendo principalmente bambole, trucchi e strumenti da cucina, indirizzandole sin da piccole verso un ruolo abbastanza definito e operando nei loro confronti una forma di condizionamento subdola, che rischia di confinare il loro talento e inibire le loro capacità, finendo per influenzare le loro scelte future.

[E qui mi è venuta in mente la Monaca di Monza dei Promessi Sposi di Manzoni, che da bambina riceveva in dono solo bamboline vestite da suora, in modo da essere predisposta sin da piccola al futuro che la attendeva in convento…]

Ma c’è di più: le deputate hanno sostenuto che la distinzione rigida dei giochi sulla base del genere non è solo nociva per la vita futura dei piccoli e per le loro opzioni di carriera, ma anche per la stessa economia nazionale. L’interesse comune, infatti, è che i talenti non siano costretti entro schemi prestabiliti ma vengano aiutati a sbocciare e ad affermarsi a prescindere dal genere, in modo da offrire un contributo concreto alla società e all’economia, nell’interesse di tutti.

Insomma, sarebbe più opportuno che i bambini venissero lasciati liberi di scegliere i propri giochi, proponendo loro cose diverse e assecondando le loro inclinazioni, senza seguire supinamente la distinzione tradizionale “giocattoli per lei” e “giocattoli per lui”: una bambina può giocare con macchinine e Piccolo Chimico, se lo desidera, mentre un bambino può anche divertirsi spingendo un passeggino da bambola.

Come avevo scritto tempo fa in un altro post, bisognerebbe offrire ai più piccoli la possibilità di dare libero sfogo alla loro creatività e di fare ciò che sanno fare meglio: personalizzare il proprio gioco e renderlo nuovo ed originale ad ogni occasione. Per questo, sarebbero meglio giochi semplici, magari in legno e – ovviamente – atossici: oggetti da modellare, da inserire o da impilare, pastelli e pennarelli, costruzioni… Tanto più che, quando sono molto piccoli, i nostri bimbi sono bravissimi a “trasformare” in giochi gli oggetti più impensati: tappi, cucchiai in legno, scodelle, riviste…

Infine, a proposito di giochi creativi, qualche settimana fa avevo letto un articolo che, sempre riferendosi al dibattito inglese su giocattoli e stereotipi di genere, incoraggiava i genitori ad offrire alle proprie bimbe Lego e passatempi che aiutassero a sviluppare le abilità cognitive, in modo da orientarle ad amare le materie scientifiche anche da grandi.

Perché i giochi che appassionano i nostri figli da piccoli lasceranno tracce anche nelle loro preferenze e inclinazioni future.

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