Dissesto idrogeologico: storia di un paesaggio violato

Questo post è una riflessione in libertà scaturita da un fatto di cronaca, la recente frana sulla via dell’Amore, nella splendida zona delle Cinqueterre, che ha richiamato alla mia memoria altri fatti di cronaca, a partire dalle alluvioni nello Spezzino e a Genova dell’autunno 2011.

C’era una volta un Paese bellissimo, dai mille paesaggi e dalle mille attrattive. Bastava percorre pochi chilometri per passare da fiumi placidi a torrenti zampillanti, da valli morbide e boscose a pendii scoscesi, da alture maestose e impervie a mari azzurri e scintillanti. C’era una volta, o ci sarà stato: oggi possiamo solo provare ad immaginarlo, tra alvei di fiumi deviati o cementificati, edifici sorti ovunque come funghi, dalle rive del mare fino alle pendici dei monti, ed aree un tempo verdi cancellate per far posto a case o a coltivazioni intensive.

Curiosamente, ci capita di immaginarlo soprattutto nei momenti in cui il paesaggio si ribella e reagisce alla nostra invadenza con frane, smottamenti e alluvioni e ci ritroviamo a contare danni e, troppo spesso, vittime. Allora parliamo di “dissesto idrogeologico” e partiamo con la caccia ai responsabili.

La verità è che le responsabilità sono molto più diffuse di quanto crediamo. Circa 6 milioni di italiani vivono infatti in aree potenzialmente a rischio: in 2 Comuni su 3 ci sono abitazioni, talvolta interi quartieri, che potrebbero subire le conseguenze di frane e alluvioni. Stando a Legambiente, le regioni più minacciate sono Valle d’Aosta, Umbria, Calabria, Marche e Toscana, ma il problema tocca tutto il Paese, dal nord al sud.

Ciononostante, le aree cementificate aumentano di anno in anno, persino al di là dell’effettiva domanda di case (d’altra parte, per effetto della crisi economica, sono sempre meno le persone che possono permettersi di acquistare un’abitazione…): a ridosso dei centri urbani nascono enormi quartieri dormitorio spesso privi di infrastrutture e di servizi elementari.

La speculazione edilizia e un’urbanizzazione pesante e scriteriata rendono il nostro territorio sempre più fragile ed espongono i cittadini a disagi e pericoli quotidiani: dalle piccole alluvioni che rendono impraticabili le strade (è successo di recente qui a Roma, nell’area della Tiburtina, ma anche tra Abruzzo e Marche, dove una pioggia abbondante ma non eccezionale ha bloccato la Strada Statale 16. E gli esempi potrebbero essere ben più numerosi…) fino a vere e proprie tragedie (pensiamo non solo alle Cinqueterre e a Genova, ma anche al Messinese, a Sarno… solo per citare alcuni eventi drammatici della nostra storia recente).

Che fare, allora? Basterebbe seguire un vecchio adagio pubblicitario “Prevenire è meglio che curare”: è vero che edifici e campi coltivati sono una necessità, ma la crescita urbanistica ed economica di un Paese non può prescindere dal rispetto di alcune regole e, soprattutto, dal buon senso. Insomma, disboscare in modo indiscriminato e costruire nell’alveo di un fiume non sono mosse particolarmente furbe: qualcuno prima o poi ne pagherà le conseguenze. E i soldi investiti in prevenzione o messa a norma non sono mai soldi gettati al vento. Riusciremo a ricordarlo?

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