LA SCUOLA FELICE

Educare le giovani menti al rispetto del diverso da sé: storie di donne straordinarie

scarpe

Il 26 novembre scorso le vie di Roma hanno visto sfilare un lungo corteo per la manifestazione contro la violenza sulle donne, organizzata dalla piattaforma “Non una di meno” (slogan ripreso dai movimenti femministi argentini). Migliaia di donne si sono mosse per chiedere il rispetto dei loro diritti e la fine degli abusi e delle violenze che purtroppo ogni giorno vengono perpetrati su una parte della società ancora troppo spesso relegata in una posizione subalterna

Mi è capitato recentemente di visitare una piccola mostra allestita dalle ragazze di un Istituto tecnico per il turismo vicino alla mia scuola, che mostrava come anche nel linguaggio e nella toponomastica le donne siano ancora molto discriminate.

Quando un insegnante entra in classe, generalmente saluta tutti e tutte dicendo “Buongiorno ragazzi!”. Nessuno si scompone a questo saluto, ma se lo stesso insegnante entrasse in classe dicendo “Buongiorno ragazze!”, probabilmente i maschietti si girerebbero contrariati: e noi, che fine abbiamo fatto? Non ci saluta il prof stamattina? Eppure, continuamente le ragazze vengono escluse quando, entrando in classe, l’insegnante dice solo “ragazzi”. Nessuna di loro, però, si fa il problema di essere esclusa. Siamo ormai talmente assuefatti a questo linguaggio impostato sul maschile da non farci più nemmeno caso.

Prendiamo ad esempio i nomi delle strade. È raro trovare strade intitolate a donne, a meno che non siano sante o benefattrici. Raramente si trovano strade dedicate a politiche, scienziate, artiste. Eppure ci sono tantissime donne che meriterebbero l’intitolazione di una via: le donne che hanno combattuto durante la Resistenza ad esempio, oppure le 21 madri costituenti, o artiste eccezionali, da Artemisia Gentileschi a Camille Claudel. Conosciamone un paio e portiamo le loro storie in classe!

TINA COSTA

Ho conosciuto personalmente la signora Costa, una giovane signora di 91 anni, qualche settimana fa, durante un incontro organizzato dalla biblioteca “Collina della Pace” del quartiere Finocchio di Roma.

Tina Costa

(Nella foto da sinistra, io, la mia collega Roberta e la signora Tina Costa)

Tina Costa, la maggiore di 4 figli cresciuti da genitori fortemente antifascisti, iniziò a esercitare il suo spirito ribelle in tenera età, quando una maestra le impose di vestirsi da “figlia della Lupa” e lei si rifiutò. Il suo impegno contro il nazifascismo proseguì quando decise di diventare una staffetta partigiana. Il suo compito era quello di portare borse ai partigiani stanziati lungo la Linea gotica (la linea difensiva fortificata costruita dai Tedeschi per fermare l’avanzata degli Alleati, che passava lungo l’Appennino tosco-emiliano fino ad arrivare sulla riviera adriatica tra Rimini e Pesaro). Tina Costa ama raccontare quanto siano state importanti le donne durante quegli anni di dura resistenza; in particolare ricorda un episodio che l’ha vista protagonista, quando un giorno, andando a consegnare una borsa in sella alla sua bicicletta, venne fermata da un gruppo di donne, che avevano capito che lei era una staffetta partigiana e che le intimarono di tornare indietro. Il giorno dopo si venne a sapere che dei partigiani erano stati impiccati all'ingresso del paese. Questa signora, nonostante i 91 anni sulle sue spalle, non ha perso un briciolo di quel coraggio e di quella vitalità che aveva da giovane e nella sua voce stentorea c’è tutto il suo modo di essere: i ragazzi presenti all’incontro hanno ascoltato affascinati e attenti il suo messaggio di lotta e speranza. Una donna esemplare, così come tante altre donne della Resistenza (Carla Capponi, Irma Bandiera, Paola Del Din, Livia Bianchi, Gina Morellin, solo per citarne alcune tra le più famose) da non dimenticare e di cui continuare a parlare, perché – come disse il partigiano Ferruccio Parri – sono state “la resistenza dei resistenti”.

CAMILLE CLAUDEL

Franca Rame diceva che il peggior nemico delle donne sono le donne. Nella storia di Camille Claudel questa affermazione è quanto mai vera. La donna che le rovinò la vita fu la stessa che la mise al mondo: sua madre. Camille nacque a distanza di un anno dalla morte del figlio primogenito di Louise Athanaise Cerveaux e forse per questo non fu mai pienamente accettata dalla madre. Giovanissima, iniziò a dimostrare il suo talento per l’arte e per la scultura in particolare, tanto che il padre accettò di farle frequentare l’Académie Colarossi, dove incontrerà Auguste Rodin, dapprima suo insegnante, poi collega e amante. Rodin aveva molti anni più di lei (addirittura aveva un figlio di un paio d’anni più piccolo di Camille), ma tra i due scattò subito un’intesa profonda.

Camille_ClaudelAmore e arte si legarono così indissolubilmente, anche se Rodin non lasciò mai sua moglie per Camille. Ritroviamo questa passione nelle opere di entrambi, ma il sodalizio amoroso ed artistico si interromperà nel 1892, quando Camille si renderà conto che Auguste Rodin non avrebbe mai lasciato Rose Beuret, la sua compagna, per lei. Da lì in poi si accentueranno i comportamenti anticonformisti e visti come segno di una malattia psichiatrica che faranno prendere alla madre e al fratello Paul la decisione di internarla in un ospedale psichiatrico, nel quale Camille vivrà per il resto dei suoi giorni. La storia di questa donna è estremamente interessante da raccontare agli studenti, poiché probabilmente Camille Claudel non aveva nessun tipo di malattia mentale, ma era solo una donna molto, troppo all'avanguardia per la sua epoca. Una donna che ha voluto rivendicare l'energia della sua arte, le sue capacità, la sua essenza di donna, ma che non ha fatto i conti con la società del suo tempo: una società che ancora non era pronta a dare il giusto spazio alle donne. La storia di Tina Costa e quella di Camille Claudel sono solo due delle storie di donne che si possono affrontare a scuola, non solo in concomitanza con la giornata contro la violenza sulle donne, ma ogni giorno dell'anno, perché è importante che se ne parli sempre, continuamente, che le giovani menti vengano pian piano formate al rispetto del diverso da sé e al riconoscimento della parità dei diritti e delle possibilità tra uomo e donna.

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