Il mare come una discarica. Meglio pulire la nave prima di salpare

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Conoscete il Pacific Trash Vortex? Si tratta di un enorme accumulo di spazzatura galleggiante composto soprattutto da plastica. La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un’area più grande della Penisola Iberica a un’area più estesa della superficie degli Stati Uniti).

Il problema dei rifiuti in mare non riguarda però solamente l’Oceano Pacifico. Anche i mari europei non se la passano meglio. Nei giorni scorsi i Paesi rivieraschi della Comunità Europea si sono riuniti a l’Aja (Olanda) per discutere sulla riduzione della spazzatura rilasciata nell’ambiente marino. Per l’occasione, l’Associazione europea di tutela del mare Seas at Risk ed altri 7 gruppi affiliati hanno rivolto un appello ai 15 Paesi costieri ed insulari della UE affinché riducano del 50% i rifiuti che vengono dispersi in mare.

Ma chi butta in mare tutta questa spazzatura? A contribuire nella trasformazione del mare in una discarica non ci sono solamente gli scarichi provenienti dalla terraferma. L’UNEP, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite ha identificato le navi mercantili e militari, i pescherecci, le imbarcazioni da diporto e le piattaforme petrolifere come i principali responsabili dell’inquinamento marino.

La Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato dalle navi proibisce il rilascio dei rifiuti in mare. Si tratta però di un divieto difficile da far rispettare. Secondo le associazioni ambientaliste l’unica soluzione possibile è obbligare ogni imbarcazione a scaricare i rifiuti e, nel caso delle navi da trasporto, lavare le cisterne durante la loro sosta nei porti, istituendo anche l’obbligo di controllo nei porti sulla quantità di rifiuti presenti a bordo.

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